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Domenica, 28 Novembre 2021
Cronaca Zen

"Il mio ex mi ha picchiata, stuprata e costretta ad abortire", i giudici non le credono: assolto

In appello per I. F., 27 anni, dello Zen, cadono le accuse più gravi, dallo stalking alla violenza sessuale, e resta in piedi solo quella di lesioni: i giudici gli hanno inflitto 3 mesi a fronte dei 2 anni e 10 mesi sanciti in primo grado. Era stato condannato in un altro processo, sempre per le denunce della stessa ragazza: ora potrebbe esserci la revisione

Sarebbe stata picchiata, obbligata ad avere rapporti sessuali, minacciata di morte, sequestrata e persino costretta ad abortire. Una storia agghiacciante quella denunciata diversi anni fa da una ragazza che oggi ha 30 anni e che avrebbe subito per molto tempo la violenza del fidanzato, I. F., 27 anni, originario dello Zen. Dopo una condanna a 2 anni e 10 mesi con il rito abbreviato inflitta all'imputato nel 2019, adesso la terza sezione della Corte d'Appello lo ha però scagionato dalle accuse più gravi (stalking, violenza sessuale, sequestro di persona, procurato aborto) e ha ritenuto sussistente soltanto il reato di lesioni, riducendo la pena ad appena 3 mesi e ritenendo le botte - dimostrate dai referti medici - comunque non legate a presunti atti persecutori.

Il collegio presieduto da Antonio Napoli ha accolto le tesi dell'avvocato Mariella Gulotta (nella foto), che assiste I. F., ritenendo che le accuse della presunta vittima non abbiano trovato riscontro, decidendo dunque anche di ridurre la provvisionale per risarcirla da 15 mila a 2 mila euro. L'imputato in un altro processo nato sempre dalla denuncia della sua ex tra il 2015 ed il 2016, era stato condannato a 3 anni e 10 mesi. Che ha scontato integralmente in carcere: gli furono negati i domiciliari, come richiesto dal suo avvocato, temendo che potesse fare del male alla donna. In quel caso fu riconosciuta la sussistenza dello stalking, ma adesso la difesa vuole utilizzare la sentenza appena emessa per la revisione dell'altro processo: è probabile così che la pena inflitta al giovane venga ridotta e che, alla fine, potrebbe anche essere risarcito per ciò che ha già scontato ingiustamente.

avvocato-mariella-gulottaIl ragazzo ha sempre sostenuto che lui avrebbe lasciato la presunta vittima, ma lei sarebbe sempre tornata a cercarlo e ad un certo punto (sono stati prodotti anche i messaggi) la giovane gli avrebbe detto che se l'avesse lasciata lei lo avrebbe denunciato per violenza sessuale. Una storia travagliata sin dal primo momento, come ha ammeso la stessa donna, ostacolata anche dalle profonde differenze tra le due famiglie (lei è figlia di un ufficiale, lui di un pregiudicato).

L'inchiesta era partita quando il primo novembre del 2015 la trentenne, dopo l'ennesimo diverbio e le botte, aveva deciso di chiamare la polizia, che l'aveva soccorsa in piazza Giovanni Paolo II (ex De Gasperi) e poi accompagnata a Villa Sofia, dove le erano stati dati 10 giorni di prognosi. La presunta vittima aveva poi denunciato I. F., raccontando che stava con lui da circa 4 anni, tra alti e bassi, e che più volte l'avrebbe picchiata e costretta ad avere rapporti sessuali sia in un monolocale di piazza Indipendenza, affittato proprio per questo, che in un B&b di via Roma. "O lo fai con me o ti ammazzo", questa una delle tante minacce che l'imputato le avrebbe rivolto.

La presunta vittima ha anche raccontato che ogni volta che avrebbe deciso di chiudere la relazione, lui avrebbe iniziato a mandarle messaggi, a telefonarle continuamente, a seguirla. Alla fine avrebbe sempre ripreso a vederlo. Finché, a gennaio del 2015, era rimasta pure incinta.

Inizialmente la donna aveva riferito di aver perso il bambino perché I. F. l'avrebbe presa a calci e pugni nella pancia. Durante il processo di primo grado aveva però ammesso che abortire sarebbe stata in realtà una sua scelta: "Lui era contento di diventare padre, anch'io perché il mio sogno è sempre stato di avere una famiglia. Gli ho fatto vedere il test di gravidanza - aveva spiegato al giudice - all'inizio ha pianto perché era felice poi si è ubriacato e mi ha massacrata, pugni, calci, mi ha ridotto la faccia tutta nera e gonfia, non ho denunciato..." poi, vista appunto questa presunta reazione, avrebbe deciso di abortire.

Secondo una perizia, la presunta vittima avrebbe una "personalità fortemente dipendente dal punto di vista affettivo e una sorta di spinta materna verso l'imputato, volta a giustificarne i comportamenti". Quando il gup le aveva chiesto perché alla fine di ottobre del 2015, dopo aver definitivamente deciso di chiudere la relazione con I. F. - che, a suo dire, l'avrebbe maltrattata ed umiliata, violentata e perseguitata - avrebbe poi deciso di reincontrarlo, lei aveva spiegato: "Sono andata perché mi ha detto che voleva ricominciare, riconciliarsi, che cambiava, che provava sentimenti per me e ci ho creduto...". Aveva anche aggiunto che "io per quest'uomo ho sempre avuto dei sentimenti, ho messo anche da parte me stessa per lui, pensavo di cambiarlo, di dargli una vita migliore. Noi siamo gente perbene, con dei principi, ma forse ero sbagliata, ho sempre insistito su questo rapporto per questo ci sono state tante volte che magari c'è stato un episodio brutto e io subito cercavo di rimediare o di omettere quello che succedeva... E questo è il risultato".

Per i giudici d'appello, però, buona parte della versione della donna sarebbe priva di fondamento: non sarebbe stata stalkerizzata, né abusata sessualmente, né minacciata di morte o chiusa a chiave in una stanza. La Corte ha ritenuto invece documentate le lesioni, ovvero che I. F. l'avrebbe effettivamente picchiata in due diverse circostanze, procurandole traumi ed ecchimosi giudicati guaribili in un caso in 5 giorni e nell'altro in 10, ma come episodi isolati.

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