Travolto e ucciso in bici il pm che fece condannare Totò Riina e lottò contro i corleonesi

Marcello Musso aveva 67 anni. Iniziò a lavorare in Sicilia: una battaglia contro la mafia che poi aveva proseguito anche al Nord, a Milano. A lungo aveva interrogato il gotha di Cosa Nostra (Brusca, Madonia, Giuffrè)

Musso al tribunale di Milano - Foto Ansa

E' stato travolto da un'auto. E per lui non c'è stato nulla da fare. Marcello Musso, procuratore del tribunale di Milano, noto anche per avere fatto condannare Totò Riina, è morto ieri pomeriggio in un tragico incidente avvenuto sulla strada che collega Agliano e Costigliole d'Asti, in Piemonte. Musso, 67 anni, era in sella alla sua bici quando - verso le 16 - sarebbe stato centrato in pieno da un'auto, una Fiat Stilo il cui conducente si è immediatamente fermato. Pare che il pm abbia svoltato a un incrocio e che in quel punto sia avvenuto l'impatto, proprio a due passi dalla casa della mamma del magistrato, che era lì in vacanza. 

Per soccorrere il 67enne è arrivata anche una èquipe medica a bordo di un elicottero del 118, ma per il magistrato non c'è stato nulla da fare. All'automobilista è stato immediatamente fatto l'alcoltest, come prevede la legge: secondo quanto appreso da MilanoToday, è risultato essere negativo. 

Chi era Marcello Musso

Astigiano d'origine e "contadino nell'animo", come amava definirsi lui stesso, Musso aveva iniziato a lavorare in Sicilia, combattendo i corleonesi: una battaglia che poi aveva proseguito anche al Nord, a Milano, da dove era riuscito a far condannare all'ergastolo Totò Riina, il capo dei capi. 

Il 15 settembre del 2006 Marcello Musso sentì come teste Giovanni Brusca. Da lì partirono le indagini degli inquirenti su una serie di omicidi di mafia che si sono succeduti a Milano tra l'87 e il '92. Periodo in cui i vertici di Cosa Nostra decisero, stando alle indagini, di eliminare alcuni esponenti mafiosi che stavano creando “problemi” nel capoluogo lombardo. Brusca, ricostruendo i fatti che portarono all'omicidio di Alfio Trovato ucciso nel maggio '92 in via Palmanova (con Riina era imputato anche un altro affiliato), ribadì che il mandante era quello che lui stesso ha definito il "capo dei capi" e il "numero uno".

Marcello Musso a lungo ha interrogato il gotha di Cosa Nostra (non solo Brusca, anche Madonia, Giuffrè) per trovare riscontri alle affermazioni di un pentito di Gela che decise di collaborare. Ed è grazie a Musso che venne certificato come Milano sia stata una capitale della mafia siciliana. Al punto che Totò Riina se ne vantava con i suoi fedelissimi affermando "Milano è in mano nostra". Così una paziente indagine della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo lombardo diede i nomi a mandanti e esecutori di una decina di omicidi che insanguinarono la città negli anni Ottanta. Faide e regolamenti di conti per storie di droga, di soldi, di sequestri che confluivano nell'enorme potere che la mafia dei corleonesi ha esercitato nelle periferie e nel cuore economico e politico della città.

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