La maxitruffa dei finti incidenti, 11 tra boss e spaccaossa a giudizio con il rito abbreviato

Erano stati quasi tutti fermati a novembre con l'ultimo blitz sull'imbroglio, in cui si ipotizzavano legami con Cosa nostra. Per l'accusa i mafiosi di Brancaccio avrebbero acquistato le pratiche per incassare i premi assicurativi, oltre a gestire lo smercio di droga

Il frame di un'intercettazione

Undici dei tredici imputati nel processo nato dall'ultima inchiesta sui così detti spaccaossa - quella che in cui si ipotizzano legami tra Cosa nostra e le bande di truffatori che rompevano braccia e gambe a vittime consenzienti per simulare incidenti stradali - vanno a giudizio con l'abbreviato. Per un altro, Angelo Mangano, il gup Ermelinda Marfia deciderà alla prossima udienza, mentre un altro ancora, Antonino Chiappara, non ha optato per alcun rito alternativo.

Nello specifico, hanno scelto l'abbreviato i boss di Brancaccio Michele e Stefano Marino, Raffaele Costa, Nicolò Giustiniani, Ignazio Ficarotta, Sebastiano Giordano, Pietro Di Paola, Salvatore Puntaloro, Paolo Rovetto, Paolo Di Carlo e Giuseppe Chiappara. Durante l'udienza preliminare, inoltre, si sono costituite parte civile alcune compagnie assicurative, che avrebbero pagato i premi indebitamente richiesti dagli imputati, per sinistri che sarebbero stati in realtà solo messi in scena.

Gli imputati erano stati quasi tutti arrestati il 19 novembre, nell'ambito di un blitz della squadra mobile, coordinato dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dal sostituto Daniele Sansone. Dalle indagini era emerso che i Marino avrebbero acquistato alcune pratiche relative ai finti sinistri, inserendosi nel business nella fase più conveniente (quella in cui si incassavano le somme dalle compagnie assicurative) e senza sporcarsi le mani con le vittime da ferire per simulare gli incidenti.

Un altro capitolo dell'inchiesta era dedicato alla gestione del traffico di droga a Brancaccio, sempre per conto dei boss Marino. Secondo l'accusa, i fratelli si sarebbero affidati a Giustiniani. Questi, ufficialmente nullatenente e con il reddito di cittadinanza, sarebbe riuscito a realizzare una lussuosa villa con piscina a Ficarazzi in pochi mesi. Anche il boss Stefano Marino percepiva il reddito di cittadinanza, peraltro, così come Ficarotta, Di Paola e Mangano.

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