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Il frame di un'intercettazione dell'operazione "Bloody Mary"

Il frame di un'intercettazione dell'operazione "Bloody Mary"

Truffa all'Asp sul trasporto dei malati: dissequestrata una onlus, tornano libere 2 indagate

Il tribunale del Riesame ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare emessa per Marilena Scalia e Concetta Teresi, finite ai domiciliari il 19 novembre con il blitz "Bloody Mary". Restituita al suo governatore la Confraternita Misericordia Palermo. "Mancano i gravi indizi di colpevolezza"

Il tribunale del Riesame ha dissequestrato la Confraternita Misericordia Palermo ed annullato le ordinanze di custodia cautelare emesse a carico di Marilena Scalia e Concetta Teresi, finite agli arresti domiciliari il 19 novembre con il blitz "Bloody Mary" della guardia di finanza. Nell'inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Andrea Fusco e Bruno Brucoli, si ipotizzano sia una truffa ai danni dell'Asp, legata al trasporto dei pazienti dializzati, messa in atto da diverse onlus, sia inflitrazioni mafiose nel settore.

I giudici, accogliendo i ricorsi degli avvocati Giovanni Castronovo, Silvana Tortorici, Simona La Verde, Luigi Miceli e Rachele Chiavetta, hanno però ritenuto insussistenti i gravi indizi di colpevolezza per le due indagate e hanno dunque deciso di rimetterle in libertà. La onlus è stata invece restituita al governatore Giuseppe Pantò.

Per la Procura, la Confraternita Misericordia Palermo sarebbe stata gestita di fatto dai fratelli Giuseppe e Gioacchino Di Minica (per i quali i pm avevano chiesto i domiciliari, ma il gip aveva rigettato l'istanza) e dalle loro mogli, Scalia e Teresi. Secondo i pm, la onlus sarebbe stata un'associazione di volontariato solo sulla carta, mentre nella realtà sarebbe stata un'attività imprenditoriale a tutti gli effetti.

In base alla ricostruzione degli inquirenti, inoltre, Teresi avrebbe creato e gestito due chat su Whatsapp ("Dializzati 1" e "Dializzati 2") in cui, con altre onlus, avrebbe costituito un cartello finalizzato a rifiutare in massa il trasporto collettivo dei dializzati (pagato 6 euro a paziente) per poter invece compiere quelli singoli (remunerati invece 36 euro).

Gli avvocati, con delle indagini difensive, hanno però smontato le accuse: i rifiuti, per esempio, non sarebbeo mai stati discrezionali, ma legati al fatto che l'Asp spesso avrebbe chiesto i trasporti collettivi non attenendosi a quanto previsto da una convenzione. Nello specifico, per stabilire la tipologia di trasporto, sarebbe stato necessario che: il paziente andasse nella struttura sanitaria, che le terapie fossero somministrate sempre alla stessa ora e che i malati fossero residenti in una zona compatibile con il percorso.

Inoltre, gli avvocati hanno convinto i giudici anche sulla reale titolarità della onlus, che non sarebbe stata gestita dai Di Minica e dalle loro mogli, e dimostrato come sarebbe stata effettivamente un'associazione di volontariato e non un'impresa.

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