Cronaca Partanna-Mondello

I giudici danno ragione all'Italo-Belga, il "Baretto" verso lo sfratto: "Contratto scaduto dal 2010"

Un lungo contenzioso minaccia la prosecuzione dell'attività guidata dal 1957 dalla famiglia Schillaci. Nonostante la scadenza dell'accordo, gli imprenditori sono rimasti al loro posto e nel 2015 hanno avuto una concessione dal Comune. La società rivendica pure 50 mila euro di canoni arretrati. L'assessore: "Siamo noi i proprietari, pronta la sospensiva"

Il "Baretto" di Mondello

Non è un bar o una semplice gelateria, il "Baretto" è un pezzo di Mondello che ha visto passare diverse generazioni di palermitani e che ne ha assecondato - in oltre sei decenni - i gusti e le abitudini. Da lunedì il locale, avviato da Carlo Schillaci nel 1957 e gestito oggi dal figlio Vincenzo Schillaci, dalla moglie Clelia e dal figlio, rischia però lo sfratto. E' il risultato di un lunghissimo contenzioso giudiziario sulla proprietà e la locazione del chiosco in cui si trova la gelateria, che ha contrapposto prima l'Italo-Belga ai titolari del "Baretto" e poi anche al Comune.

"L'unica cosa che può evitare lo sfratto - spiega Schillaci a PalermoToday - è una sospensiva che lo blocchi, nell'attesa che arrivi una sentenza definitiva su questa annosa questione. Altrimenti lunedì, in piena stagione estiva e dopo un periodo nerissimo per via del Covid, saremo costretti a lasciare un'attività che ci tramandiamo da generazioni".

Il Comune, dal canto suo, è assolutamente convinto di dover far valere le sue ragioni: in gioco, come afferma l'assessore al Patrimonio, Toni Sala, non c'è soltanto la titolarità del "Baretto", ma di tutta la passeggiata di Mondello. "Sono assessore da pochissimo - precisa correttamente Sala - e appena sono venuto a conoscenza di questa vicenda, di concerto con il sindaco, ho subito attivato gli uffici. Ci stiamo muovendo per chiedere la sospensiva in relazione al caso del 'Baretto', ma difenderemo in ogni sede la proprietà non solo di questo chiosco, ma dell'intera passeggiata".

Dall'Italo-Belga, invece, preferiscono non rilasciare dichiarazioni, convinti che a parlare debbano essere le sentenze e gli atti giudiziari, ma anche che la questione debba essere dibattuta nelle sedi opportune (il tribunale). La società rimarca comunque che sta soltanto dando corso a decisioni dei giudici. Nessun abuso o forzature, quindi.

Ricostruire la storia non è affatto semplice: di chi è effettivamente quel chiosco? Schillaci ha il diritto di stare lì e, se sì, a chi deve pagare l'affitto? Ci sono davvero gli estremi per lo sfratto e questo provvedimento è arrivato effettivamente soltanto ora?

Alcuni dati per muoversi in questo ginepraio ci sono. "Fino al 2010 - afferma infatti Schillaci - abbiamo sempre pagato l'affitto all'Italo-Belga. Loro ci rinnovavano il contratto di locazione annualmente e quell'anno hanno però deciso di non farlo più. Siamo rimasti comunque nel chiosco perché nelle more è partita la causa. Dal 2015, invece, il Comune mi ha rilasciato una concessione e da quel momento ho pagato l'affitto a loro, che non mi hanno mai chiesto un saldo per gli anni precedenti".

La causa sarebbe stata avviata dall'Italo-Belga proprio perché al termine del contratto di locazione, nel 2010, Schillaci non aveva liberato il chiosco. In primo grado i giudici hanno dato ragione alla società e l'imprenditore avrebbe dunque dovuto lasciare il chiosco e pagare anche gli affitti arretrati. Secondo alcune stime si tratterebbe, al 2015, di circa 50 mila euro.

In appello nel contenzioso si è inserito poi anche il Comune, che ha rivendicato la proprietà della struttura e sostenuto quindi che l'imprenditore potesse restare al suo posto, tanto che - come afferma Schillaci - nel 2015 gli era stata rilasciata una concessione proprio da Palazzo delle Aquile. Al termine del processo di secondo grado, tuttavia, i giudici hanno dato nuovamente ragione all'Italo-Belga e, in estrema sintesi, hanno stabilito che l'Amministrazione non avrebbe titoli per inserirsi nella contesa tra due privati. "E' stata fatta una consulenza tecnica durante l'appello - dice ancora Schillaci - ed è favorevole invece al Comune, ecco perché occorre sospendere l'esecuzione di questa sentenza in attesa di una decisione definitiva". L'assessore conferma a sua volta che è stato presentato ricorso in Cassazione. La cosa certa è però che - almeno finora - i giudici hanno dato ragione all'Italo-Belga.

Guardando la vicenda proprio dal punto di vista della società, che ha avuto ragione in due gradi di giudizio, il racconto naturalmente muta: alla luce dell'ultima sentenza, l'Italo-Belga dovrebbe infatti non solo recuperare il chiosco, come hanno stabilito i giudici, ma anche gli affitti arretrati che Schillaci in parte non ha pagato a nessuno e in parte ha versato al Comune, come lui stesso sostiene. Una cifra che oggi si aggirerebbe sui 100 mila euro.

Non solo. Il verdetto d'appello è arrivato diversi mesi fa e, seguendo correttamente le procedure, è stato notificato a Schillaci. Che ha già ricevuto una visita dell'ufficiale giudiziario, in vista dello sfratto di cui si è appreso pubblicamente solo ora. La società sta dunque temporeggiando, ma non sta facendo altro che far valere i suoi diritti.

In attesa che si arrivi ad una eventuale sospensiva (i giudici non sono necessariamente tenuti ad accogliere la richiesta) e, tra non si sa quanto tempo, a una sentenza definitiva, l'attività di Schillaci è dunque seriamente minacciata. L'imprenditore si appella al Comune perché eviti lo sfratto, anche se - sentenze alla mano - l'Italo-Belga potrebbe subito entrare in possesso del chiosco e gestire essa stessa il locale.

Sulla vicenda interviene l'avvocato ed ex consigliere comunale Stefano Santoro (FdI): "Palermo continua a perdere pezzi della sua storia e della sua identità. Il Comune avrebbe potuto indire per tempo una conferenza dei servizi per mediare tra le parti ed evitare questa situazione".

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