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Domenica, 22 Maggio 2022
Cronaca

Pronto soccorso senza sedie e barelle, morì in auto aspettando la visita: il giudice nega il risarcimento

Domenico De Santis, 65 anni e con problemi cardiovascolari, arrivò a Villa Sofia il 20 maggio 2016 con un "bruciore al torace". Dopo i primi esami, non essendoci posti, fu costretto ad attendere il suo turno in macchina: "Nessun nesso col decesso, aveva solo il 30% di possibilità di salvarsi". La famiglia chiedeva 2 milioni e 600 mila euro

Il pronto soccorso di Villa Sofia era stracolmo - al punto che non c'erano né sedie né barelle disponibili per far accomodare i pazienti - e fu per questo che Domenico De Santis, 65 anni, con problemi cardiovascolari e arrivato nell'area d'emergenza con "un bruciore al petto", dovette sedersi nella macchina del genero, in attesa che i medici lo chiamassero. Ed è proprio lì che morì, la notte del 20 maggio del 2016. Ma secondo il giudice della terza sezione civile, Monica Montante, nonostante le "carenze organizzative della struttura sanitaria" e "la pur riscontrata inidonea condotta professionale" di un infermiere, i parenti della vittima non hanno diritto ad alcun risarcimento, ma dovranno anzi pagare in parte le spese del giudizio: il paziente, come è emerso da una consulenza tecnica, anche se non fosse stato costretto ad attendere in auto, sarebbe infatti quasi certamente morto lo stesso.

Con la sentenza è stata così respinta la richiesta di risarcimento di circa 2 milioni e 600 mila euro avanzata dalla vedova di De Santis, dai figli e dai nipoti, che a febbraio del 2018 avevano citato in giudizio per il decesso dell'uomo gli Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello (l'azienda è difesa dall'avvocato Daniela Ferrara), il medico di turno quella notte, Nicolò Fontana (difeso dall'avvocato Antonio Russo), l'infermiere Michele D'Angelo (avvocato Riccardo Ciriminna) e la Sara Assicurazioni Spa (assistita dall'avvocato Diego Ferraro nella foto). Secondo i periti nominati dal giudice - che nel verdetto non manca di stigmatizzare vuoti assistenziali e comportamenti inadeguati - De Santis avrebbe avuto pochissime probabilità (circa il 30%) di salvarsi anche se fosse rimasto all'interno del pronto soccorso. Non ci sarebbe nesso, dunque, tra il decesso, la condotta dei medici e le carenze organizzative dell'ospedale. Sul caso di De Santis era stata aperta anche un'inchiesta, poi archiviata a settembre del 2019.

avvocato Diego Ferraro-2L'arrivo al pronto soccorso e la morte in macchina

De Santis era arrivato al pronto soccorso di Villa Sofia poco prima dell'una del 20 maggio 2016. L'infermiere D'Angelo aveva fatto una serie di accertamenti, compreso un elettrocardiogramma, che aveva poi fatto valutare al medico Fontana. Al paziente era stato assegnato un codice giallo. All'1.51 De Santis era stato sottoposto ad un nuovo elettrocardiogramma, ma era ormai in arresto cardiorespiratorio: dopo aver tentato inutilmente di rianimarlo, alle 2.15 ne era stato constatato il decesso.

"Necessario il dosaggio degli enzimi miocardici"

I periti hanno indicato la causa della morte in una "fibrillazione ventricolare verosimilmente innescatasi nel contesto di una Sindrome coronarica acuta". Spiegano che in questi casi andrebbe fatto anche il dosaggio degli enzimi miocardici che "non venne eseguito ma tale comportamento - in astratto censurabile - non ha assunto rilievo atteso che, anche laddove l'indagine laboratoristica fosse stata effettuata, non avrebbe riscontrato incremento degli enzimi cardiaci visto che gli accertamenti autoptici successivamente eseguiti esclusero la presenza di necrosi miocardica", come scrive il giudice.

Il "vuoto assistenziale"

Dopo i controlli dell'1.03, si legge ancora nella sentenza, il paziente non fu più sottoposto a controlli di nessun tipo fino a quando non venne rinvenuto sulla macchina del genero in arresto cardiocircolatorio. I periti hanno evidenziato che "ciò che è accaduto tra l'1.03 fino alle 2.07 non emerge dalla documentazione sanitaria ed è quindi impossibile stabilire se questo vuoto assistenziale sia dipeso esclusivamente dall'allontanamento del paziente dall'area di emergenza e/o dalla condotta del personale inferimeristico".

"Era pieno, non c'erano né sedie né barelle"

Il genero di De Santis ha spiegato che "dopo il triage poiché non c'era posto a sedere nella sala d'attesa, mi avevano detto che non c'erano neppure barelle disponibili, ho fatto accomodare mio suocero nella mia macchina", davanti al pronto soccorso e poi accanto alla portineria per consentire il passaggio delle ambulanze. Un altro infermiere intervenuto quella sera ha affermato che "quella sera, come accadeva del resto sempre, la sala d'attesa era stracolma di persone, sicuramente c'era una sedia disponibile per il paziente, anche se le barelle erano tutte occupate, questo lo posso dire perché è ciò che accade di solito". Ma la sua, per il giudice, è solo una supposizione. Molto più credibile sarebbe invece la versione fornita da un'altra paziente presente anche lei quella sera al pronto soccorso di Villa Sofia, che ha detto di aver sentito "l'infermiere preposto al triage riferire di non avere sedie e barelle disponibili per far accomodare" De Santis.

Il giudice: "Carenze organizzative note, l'ospedale doveva fronteggiarle"

Il giudice afferma infatti che "proprio le dichiarazioni della donna consentono di ricondurre il 'vuoto assistenziale' acclarato dai periti anzitutto alle carenze organizzative della struttura ospedaliera in una sera caratterizzata da un notevole accesso di pazienti nell'area di emergenza - circostanza questa notoriamente non infrequente e, dunque, che doveva e potere essere adeguatamente fronteggiata dal nosocomio - che aveva determinato l'assenza di barelle e di sedie disponibili per gli utenti" e "da ciò consegue che, contrariamente a quanto sostenuto dai convenuti, il signor De Santis lungi dall'essersi volontariamente e incautamente allontanato dalla sala di aspetto, a causa delle precarie condizioni di salute in cui versava e del persistente bruciore al petto, era stato costretto a farsi accompagnare dal genero per accomodarsi in macchina durante l'attesa per accedere alla sala delle visite".

"Nessun nesso tra la morte e l'omissione dell'infermiere"

Tuttavia, all'esito della consulenza tecnica, "va esclusa - dice ancora il giudice - la sussistenza di un rapporto causa-effetto tra l'evento infausto occorso al paziente e la (pur riscontrata) inidonea condotta professionale tenuta dal convenuto D'Angelo" visto che "anche laddove De Santis si fosse trovato nell'area d'emergenza al momento dell'esordio della fibrillazione ventricolare avrebbe effettivamente potuto beneficiare della defibrillazione, ma, in ragione dei fattori intrinseci (età e severa coronopatia) di rischio, avrebbe avuto una probabilità di sopravvivenza fino alla dimissione ospedaliera solo del 30% circa".

I periti: "Dati incompleti, ma solo il 30% di possibilità di salvarsi"

I periti hanno infatti spiegato che "non sono riportati nel verbale di pronto soccorso né notizie inerenti l'intensità, la durata e le caratteristiche della sintomatologia, né eventuali fattori di rischio, né la presenza di comorbidità, elementi tutti che ci avrebbero consentito di definire un più appropriato profilo di rischio. Ci troviamo dinnanzi cioè a una raccolta di dati superficiale ed incompleta, è solamente dato sapere che il paziente avesse 65 anni e che, all'esame autoptico, presentasse una severa coronopatia: entambi fattori di prognosi sfavorevole (...) Se De Santis si fosse trovato in osservazione all'interno del pronto soccorso al momento dell'arresto cardiorespiratorio, ove fosse stato sottoposto ad osservazione ed a defibrillazione precoce, avrebbe avuto una probabilità di sopravvivenza pari circa al 30%".

No al risarcimento

Da qui il rigetto della richiesta di risarcimento dei parenti di De Santis: "Anche laddove il paziente fosse stato sottoposto a monitoraggio e ad un tempestivo intervento di defibrillazione, secondo un criterio probabilistico, avrebbe avuto una probabilità comunque notevolmente inferiore al 50% di sopravvivere", scrive il giudice, che ha poi compensato le spese tra le parti e posto integralmente a carico della famiglia della vittima quelle per la consulenza tecnica d'ufficio.

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