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Il momento della cattura di Bernardo Provenzano

Il momento della cattura di Bernardo Provenzano

"Non sapete quello che state facendo", la vita e i misteri dello "Zio Binnu"

Bernardo Provenzano si è spento a Milano all'età di 83 anni. L'inizio e il declino del boss dei corleonesi che dalla strage di viale Lazio a quelle di Roma, Firenze e Milano ha seminato il terrore in tutta Italia

"Voi non sapete cosa state facendo", disse agli agenti di polizia che si ritrovarono di fronte al "capo dei capi" mentre veniva arrestato dopo quasi mezzo secolo di latitanza. Si è spento all’età di 83 anni Bernardo Provenzano, conosciuto anche come "Binnu" o "La primula rossa", morto all'ospedale San Paolo di Milano dopo anni di reclusione nel carcere di Parma e poi ricoverato nel capoluogo lombardo dal 2014. Il picciotto di Corleone, nato nel gennaio del ’33, cominciò la sua ascesa e conquista del territorio dopo la strage di viale Lazio a Palermo, dove l’obiettivo della spedizione era il boss Michele Cavataio, ucciso con il calcio della pistola di Provenzano che si era inceppata. Insieme all’altro super boss Totò Riina diedero il via a una fiorente attività legata al traffico di droga e alla speculazione edilizia, favorita dal loro referente politico a Palermo, l’ex sindaco Vito Ciancimino.

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L’INZIO DELLA CARRIERA CRIMINALE - In primo momento Provenzano divenne luogotenente del boss corleonese Luciano Liggio, arrestato nel ’74. Il “capo dei capi” prese il suo posto in un momento storico in cui si diede vita a una guerra di mafia. Una vera e propria mattanza con la quale Cosa nostra voleva dimostrare di avere il predominio sul territorio. I morti ammazzati, a quei tempi, non si contavano più. Sia tra le file della mafia che tra quelle delle istituzioni. In rapida successione vennero fatti fuori il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, il segretario del Pc Pio La Torre, il generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, il capo ufficio istruzione del tribunale di Palermo Rocco Chinnici. Azioni criminali attribuite, in un modo o in un altro, a Provenzano.

LA LATITANZA - Una volta individuato quale capo dell’organizzazione mafiosa, cominciò la caccia al super boss, considerato il ragioniere nonostante Luciano Liggio avesse detto di lui in passato “Spara da dio ma ha il cervello di una gallina”. Mentre Riina si occupava di gestire l’ala militare di Cosa nostra, “Zio Binnu” si occupava delle relazioni esterne e del rapporto con la politica. Passato indenne tra diverse guerre di mafia, Provenzano riuscì a fuggire anche alla forze dell’ordine. Come avvenne durante un posto di blocco in cui gli agenti non si resero conto di chi avevano davanti. Riuscì a nascondersi per lunghi anni, fino al 2006, quando fu scovato in una masseria di Corleone (GUARDA IL VIDEO) dalla quale riusciva a comunicare all’esterno con l’infallibile utilizzo dei “pizzini” (bigliettini ndr), che si chiudevano spesso con frasi del tipo “Vi benedica il Signore e vi protegga”. Per lui non c’era altro metodo di comunicazione. Fu infatti un’intercettazione nel 2005 a far scoprire agli investigatori che due anni prima Binnu era stato ricoverato per un intervento alla prostata in un ospedale di Marsiglia, sotto il falso nome di Gaspare Troìa.

L’EPOCA DELLE STRAGI - Gli inquirenti che hanno indagato su di lui, soprattutto dopo l’istituzione del pool antimafia e la celebrazione del maxi processo (che vide imputati circa 1.400 persone ritenute parte integrante della mafia), lo hanno considerato il mandante degli attentati più atroci della storia siciliana. Prima di arrivare alla fine del ventesimo secolo la mafia fece uccidere chiunque indagasse o intralciasse i piani di conquista: il giornalista Mauro De Mauro, il capo della Squadra Mobile Boris Giuliano e Peppino Impastato. Quelli che il giudice Falcone definì gli “eroi solitari”. Fu lui a dare l’ordine per gli attentati di Capaci e via D’Amelio dove persero la vita, tra glia altri, i magistrati Falcone e Paolo Borsellino. Due delitti crudeli dopo i quali Antonino Caponnetto, alla guida del pool, dichiarò: “E’ finito tutto”. Ma la società civile reagì, manifestando in piazza e appendendo dei lenzuoli bianchi ai balconi. Nel ’93, invece, le bombe si spostarono anche nel resto d’Italia, dove tra Firenze, Milano e Roma che provocarono la morte di centinaia di persone. Durante la sua latitanza e dopo le sanguinolente stragi degli anni ’90 Binnu, ancora latitante, preferì adottare una strategia di mediazione, cercando di far convivere pacificamente Stato e anti Stato.

LA CATTURA - Dopo lunghissime indagini venne individuato il luogo in cui si nascondeva il boss, un casolare in pessime condizioni pieno di crocifissi, rosari e maglioni ammassati in un angolo. Fu il gruppo guidato da Renato Cortese composto da 27 uomini e una donna, nel 2006, a trovare il luogo della latitanza. Dopo aver seguito un uomo che trasportava della biancheria pulita videro una mano che spuntava fuori dalla porta per ritirare il sacco. Quando venne portato sotto la Questura, di fronte alla sede della Squadra Mobile la folla si scatenò, urlandogli “Bastardo, bastardo” mentre anche gli uomini dello Sco festeggiavano il grande risultato. Dopo la cattura venne processato, condannato con tre ergastoli e rinchiuso in carcere, dove successivamente cominciò la sua lenta agonia al regime del 41bis, il “carcere duro” riservato agli “uomini d’onore”. Tornando ai giorni nostri si arriva al processo nei confronti dell’ex generale del Ros Mario Mori e dell’ex colonnello Mauro Obinu, accusati di non aver volontariamente arrestato il boss. La corte d’appello di Palermo, però, li ha assolti stabilendo che non ci fossero stati mancati blitz o favoreggiamenti.

DETENZIONE E MALATTIA - Dopo la fine della latitanza Provenzano venne incarcerato e nel 2014 lo Stato gli presentò il conto delle sue malefatte. La Procura di Palermo emise per lui, già detenuto, un ordine di esecuzione pena, 20 ergastoli che avrebbe dovuto scontare tra la casa circondariale di Parma e quella di Milano. Negli ultimi 5 anni sono stati numerosi i tentativi dei suoi avvocati di dimostrare l’incompatibilità delle sue condizioni fisiche con la detenzione. Nonostante fosse ormai un “vegetale”, nonostante i deficit cognitivi e le denunce dei parenti sulle condizioni disumane a lui riservate, le istituzioni non hanno mai accolto la richiesta di revoca del 41bis. Dal giorno in cui ha varcato l’ingresso per il carcere, Provenzano ha deciso di non parlare con gli investigatori, preferendo piuttosto portare via con sé tutti i segreti di uno dei più temuti capomafia della storia.

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