Testimoni di giustizia assunti dalla Regione: "Chi denuncia il pizzo può vivere in Sicilia"

Sono stati firmati i primi 13 contratti. Gli altri 35 a maggio, per le Falconiadi. Una presa in carico che costerà 700 mila euro all'anno. Crocetta: "Una cifra irrisoria. Sono davvero emozionato". Cutrò: "La Sicilia grida sì alla vita e no alla mafia"

I primi 13 hanno firmato questa mattina, gli altri 35 lo faranno entro la fine di maggio, dopo l'approvazione della Finanziaria e in concomitanza con le Falconiadi. Si scrive oggi un'importante pagina di storia per la Sicilia, dove sono stati assunti da parte della Regione i primi testimoni di giustizia che da anni sono costretti a vivere sotto falsa identità per aver denunciato i loro estorsori o per aver parlato dopo aver assistito a omicidi eccellenti. La Sicilia - dove ci sono 48 testimoni di giustizia - è la prima regione in Europa ad aver varato e approvato tale norma

Entreranno dunque in servizio a breve nella pubblica amministrazione, molti di coloro che da anni sono costretti a vivere lontano dalla loro terra d'origine. Chi, poi, non potrà venire in Sicilia per motivi di sicurezza, lavorerà fuori dall'Isola a carico della Regione. "Oggi - commenta Crocetta in conferenza stampa - mentre li vedevo firmare non ho trattenuto l'emozione e mi sono scese le lacrime. So cosa significa quando ti chiama tua madre e ti dice di aver ricevuto minacce. E' una battaglia che facciamo da anni. Ora sarebbe importante attivare una legge nazionale che crei una 'white list' delle imprese che denunciano e a cui deve essere data la possibilità di continuare a fare gli imprenditori. Dobbiamo dare il segno che chi denuncia, chi mette a repentaglio la propria vita non è solo. Quella di oggi è una prova che in Sicilia si può vivere dopo aver denunciato il pizzo".

Una presa in carico che a Palazzo d'Orleans costerà 700 mila euro all'anno. "Una spesa - commenta il Governatore - che non influisce sul bilancio regionale". "In Italia - spiega Crocetta - non esiste un riconoscimento dei testimoni di giustizia come vittime. Il fatto che il testimone di giustizia sia paragonato alle vittime di mafia deve essere sancito dal diritto italiano". 

E si mostrano soddisfatti e fiduciosi il presidente Ignazio Cutrò, Giuseppe Carini, Piera Aiello e tutti i membri dell'associazione nazionale dei Testimoni di Giustizia che questa mattina hanno accolto i giornalisti prima della firma dei contratti. Alcuni di loro coperti da un cappuccio, da un passamontagna o da un velo. "Voglio ringraziare - commenta Cutrò - Crocetta, Ardizzone, la Monterosso, il ministro Bubbico e tutti coloro che hanno contribuito a questa importante vittoria per chi da anni è costretto a vivere nel buio. Oggi è una giornata di festa perché hanno vinto i siciliani onesti. Io, poi, sono doppiamente felice perché è stata accolta la mia richiesta di cominciare a lavorare per ultimo, per poter fare da garante degli altri. La Sicilia oggi sta gridando 'sì alla vita, no alla mafia'". 

Si sente come "una maratoneta che arriva al traguardo e non ha la forza di urlare 'ce l'ho fatta'", Piera Aiello sposa nel 1985 di Nicolò Atria, figlio del mafioso Vito Atria, che ha visto morire sia il suocero che il marito. Piera ha deciso così di denunciare gli assassini e di iniziare un percorso con la magistratura, con la cognata Rita Atria e il giudice Paolo Borsellino. "Quando ho ricevuto la mail - commenta - che mi annunciava l'assunzione non sono riuscita a chiudere occhio. Questa firma che apponiamo oggi non è solo una firma per il lavoro, ma per la nostra libertà. Ricordo bene quando Borsellino mi disse 'Rita, prendi la Sicilia, strappala e buttala nel cestino'. Io oggi però ne raccolgo i pezzi".

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In mezzo a loro anche Bruno Piazzese, proprietario dell'Irish Pub e più volte vittima di estorsione, Giuseppe Carini testimone chiave contro gli assassini di don Pino Puglisi, Piero Di Stefano, Antonio e Francesca che preferiscono non rivelare la loro identità. "Oggi va in porto - commenta Carini - un'importante intuizione di Giovanni Falcone. Con questa firma possiamo raccontare una storia diversa da quella del figlio di Provenzano. Possiamo finalmente dire di essere tornati a casa". "Un giorno più che speciale - aggiungono Antonio e Francesca - perché sta finalmente cambiando la nostra vita. Non avevamo una carta d'identità originale, un codice fiscale, non potevamo essere riconosciuti. Una vita trascorsa a nasconderci, a vivere come fantasmi in mezzo alla gente. Oggi è un giorno troppo bello, proprio come questa giornata di sole". 

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