Scandalo beni confiscati, confermata in appello la condanna per il giudice Fabio Licata

Regge integralmente davanti alla Corte d'Appello di Caltanissetta il verdetto col quale era stato anche assolto un altro magistrato, Tommaso Virga. Due anni e 4 mesi la pena per l'ex componente dei collegi presieduti da Silvana Saguto, per il quale l'unica accusa rimasta in piedi era quella di falso materiale

Fabio Licata

La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato integralmente la sentenza con la quale, a gennaio dell’anno scorso, con il rito abbreviato, il giudice palermitano Fabio Licata era stato condannato a 2 anni e 4 mesi per falso materiale, mentre un altro giudice, Tommaso Virga, ex componente del Csm, era stato invece assolto dall’accusa di abuso d’ufficio. Si tratta di uno stralcio del processo nato dallo scandalo alla sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, quando era diretta dall’ex magistrato Silvana Saguto.

La Corte ha anche confermato il diritto al risarcimento del danno e una provvisionale di 10 mila euro per gli imprenditori Gabriele, Filippo e Vincenzo Corrado Rappa, difesi dall’avvocato Raffaele Bonsignore, che si sono costituiti parte civile. Al centro del processo, infatti, vi erano anche le presunte pressioni che Virga avrebbe fatto per far nominare suo figlio Walter come amministratore giudiziario dei beni sequestrati proprio ai Rappa.

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Licata era all’epoca giudice a latere nei collegi presieduti da Saguto (che è attualmente sotto processo con altri imputati con l'ordinario) ed avrebbe firmato tre provvedimenti al posto della collega, che sarebbe stata però in servizio. Le sigle sarebbero state apposte sull’atto di liquidazione della procedura Italgas, ma anche sui decreti di sequestro a carico degli imprenditori Rappa ed Evola. Licata era stato assolto invece già in primo grado (e ora la decisione è stata confermata) da altre due accuse: abuso d’ufficio e rivelazione di notizie riservate. La contestazione riguardava la nomina di Walter Virga ad amministratore giudiziario e anche una presunta soffiata sul trasferimento dell’inchiesta da Palermo a Caltanissetta. 

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