Mafia

Ha scontato la sua pena, dopo 25 anni torna libero il boss pentito Giovanni Brusca

Il "verru" di San Giuseppe Jato, fedelissimo di Totò Riina, era stato catturato il 20 maggio 1996. Lui stesso non ha saputo quantificare il numero preciso delle sue vittime: "Molte più di 100, ma meno di 200". Autore della strage di Capaci e killer del piccolo Giuseppe Di Matteo era stato condannato a 30 anni e ha goduto di almeno 80 permessi

L'ex boss e pentito Giovanni Brusca

"Verru" o "Scannacristiani", Giovanni Brusca non ha saputo fornire neppure lui con esattezza il numero delle persone che ha ammazzato: "Molte più di cento, di sicuro meno di duecento". Da oggi è un uomo libero, dopo aver scontato venticinque anni di carcere e con un ultimo sconto di 45 giorni. Ha saldato i suoi debiti con la giustizia.

Fedelissimo di Totò Riina, autore della strage di Capaci e di uno dei delitti più atroci commessi da Cosa nostra, quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato per oltre 700 giorni e poi ucciso e sciolto nell'acido, solo per cercare di far tacere suo padre Santino, che aveva deciso di pentirsi. La stessa strada della collaborazione con la giustizia intrapresa poi proprio da Brusca e che - nonostante la sfilza di omicidi - gli ha consentito di evitare l'ergastolo, di ottenere permessi per "buona condotta" e sconti di pena.

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Come è stato anticipato da L'Espresso, il pentito ha lasciato il carcere di Rebibbia e come disposto dalla Corte d'Appello di Milano sarà sottoposto a protezione, controlli e libertà vigilata per quattro anni. Era stato catturato il 20 maggio del 1996 insieme al fratello Vincenzo, in provincia di Agrigento. Era allora capomafia di San Giuseppe Jato e il ricercato numero uno di Cosa nostra.

"Ho ucciso Giovanni Falcone, ma non era la prima volta: avevo già adoperato l'auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva 13 anni quando fu rapito e 15 quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre 150 delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento", così aveva detto Brusca al giornalista Saverio Lodato.

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I suoi permessi premio hanno suscitato indignazione, così come le sue reiterate richieste di ottenere i domiciliari. Lo stesso sentimento accompagna oggi, soprattutto da parte dei parenti delle sue vittime, il suo ritorno in libertà. 

Brusca è stato formalmente condannato a trent'anni di reclusione ed ha ottenuto nel tempo almeno ottanta volte la possibilità di lasciare la sua cella. Nel 2004 fu addirittura arrestato durante uno di questi permessi perché sorpreso ad utilizzare un cellulare, in violazione delle regole. Nel 2010 fu poi accusato di continuare a curare i suoi affari dal carcere (in un'intercapedine dell'abitazione in cui vivevano la moglie e il figlio i carabinieri ritrovarono 188 mila euro) e finì sotto processo per estorsione, poi derubricata in violenza privata. A Natale del 2015 ottenne un altro permesso per trascorrere le feste in famiglia. Da oggi è libero.
 

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