Coronavirus, il grido dei palermitani all’estero: "Qui la salute viene dopo, siamo preoccupati"

PalermoToday ha raggiunto alcuni concittadini che vivono in Inghilterra e in Israele. I governi dei due Paesi hanno reagito in modo molto diverso da un punto di vista normativo: "Sempre collegati con l'Italia per capire quello che succede"

Fisicamente sono lontani, molti chilometri li separano dall'Italia, ma la loro attenzione è tutta per lo Stivale. Per l'emergenza Coronavirus. Restano "divisi": da un lato la vita quotidiana e le regole dei Paesi che li ospitano, dall'altro il cuore "tricolore". Sono gli italiani che vivono all'estero. E tra loro tanti i palermitani che, dall'Inghilterra a Israele, hanno una voce comune e si dicono "preoccupati". PalermoToday ha virtualmente viaggiato per dare loro voce.

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Se dall'Oriente arrivano notizie che fanno tirare un respiro di sollievo, con i contagi in diminuzione e la vita che torna seppur lentamente alla normalità, diversa è la situazione nel Vecchio Continente. Fino a pochi giorni fa l'indirizzo era catalogarlo come un problema "solo italiano" e i Paesi europei sono apparsi sordi e miopi all'Sos lanciato da Roma, tanto da spingere il sempre moderato presidente della Repubblica a una dichiarazione tanto breve quanto ferma per "risvegliare" istituzioni. Adesso, complice l'aumento dei casi, la consapevolezza che il virus non ha confini sembra aver preso piede. La Germania ha chiuso da lunedì 16 marzo le frontiere con Francia, Svizzera e Austria. Vienna segue il modello italiano chiudendo negozi, bar, ristoranti, limitando gli spostamenti dei cittadini. In Olanda chiusi asili, scuole, bar e ristoranti, club sportivi. La Repubblica Ceca va di fatto in quarantena. Il governo francese ha imposto la chiusura di tutte le attività a eccezione degli  esercizi pubblici essenziali (farmacie, distributori di benzina, negozi di alimentari). 

Chi ostenta un'apparente noncuranza è l'Inghilterra. "Sembra un mondo a parte. Inconcepibile. Se sono preoccupato? Sì", dice a PalermoToday da Leeds (nell'Inghilterra settentrionale) Rashid, palermitano di origini iraniane che vive all'estero ormai da 21 anni.

rashid-2Ingegnere civile, 45 anni, vive stabilmente nel Regno Unito da 17 anni, prima a Cambridge e adesso a Leeds. "Sono stato in Italia alle fine di febbraio. Prima che la situazione cambiasse radicalmente. Mi sento un pesce fuor d'acqua vedendo quello che accade intorno a me - racconta -. Vivo e lavoro qui, ma non mi sento tutelato. Per nulla. Seguo costantemente quello che succede in Italia, a Palermo ci sono mia madre, mia sorella, tanti amici. Ma vivo qui e faccio i conti con quello che non succede, con i provvedimenti che il governo non prende - spiega -. Mio figlio maggiore qui frequenta la scuola, mentre la sorellina è ancora piccola. Quello che in Italia sta accadendo adesso, presto accadrà qui e temo che il Paese non sia pronto".

"Qui sembra un mondo a parte - racconta -. E' tutto aperto: scuole, università, negozi, ristoranti, locali notturni, uffici, mezzi pubblici. Come se nulla fosse. Parliamo di un Paese che ha avuto Churchill e adesso ha Johnson... che rilascia dichiarazioni come 'E' la più grave crisi sanitaria in una generazione, moriranno molti nostri cari' ma poi non agisce. Le comunicazioni ufficiali ai cittadini sono state poche, frammentarie. Prima il consiglio di lavarsi le mani, poi si è detto agli anziani di stare a casa e sir Patrick Vallance, una delle due massime autorità mediche del governo si è trincerato dietro la teoria 'dell'immunità del gregge' che è stata ben presto demolita sia dalla comunità scientifica sia dagli oppositori interni. Per chi sta male le istruzioni sono 'se avete la febbre alta e tosse secca persistente state a casa per sette giorni'. Sette, su per giù come per una normale e banale influenza. Nell'ultima apparizione pubblica Johnson ha dato una serie di 'raccomandazioni' come lavorare da casa e non andare al ristorante. Ma si tratta pur sempre di raccomandazioni. Un po' poco per sentirsi sicuri". 

"Annunciano nuove misure - spiega Rashid - ma sono annunci. E questo restano al momento. In Scozia qualche provvedimento è stato preso, qui in Inghilterra la realtà è che la vita scorre quasi come al solito. Con un potenziale di contagio alto. Non hanno preso misure concrete, dicono che sia allo studio il blocco degli eventi. Ma non chiariscono quali o se ci sarà un limite di partecipanti. Tra le misure annunciate giovedì c'è stato lo stop alle crociere, ma sono le grandi compagnie a ridurle vite anche le limitazioni negli altri Paesi".

Insomma, il ritratto è quello di un governo che non agisce, non previene, non studia concretamente misure per limitare i contagi da un lato e per affrontare eventuali emergenze dall'altro. "I pub qui sono aperti - sottolinea Rashid -. Avete idea di cosa significhi? Il pub qui è uno dei ritrovi principali. Tavoli e banconi affollati, distanze pressochè inesistenti tra una persona e l'altra. Il contagio in presenza di eventuali persone infette è molto più che un'ipotesi remota. Il tampone per i casi sospetti? Una rarità. Gli ospedali? Assolutamente impreparati. Questo mi preoccupa se guardo al futuro". 

Secondo Rashid non è solo un atteggiamento mentale "easy going". "Il governo - dice senza mezzi termini - sta mettendo le ragioni economiche al primo posto, la salute pubblica viene dopo. E' chiaro che fermare tutto ha ripercussioni economiche ma non si può ignorare il problema. Oltretutto, per logica, Paesi come l'Italia superaranno tutto prima del Regno Unito. E allora cosa si farà? L'economia ne risentirà ugualmente. Un altro problema è l'informazione. Io ho la percezione di ciò che accade anche perchè leggo la stampa italiana. Qui molti parlano solo inglese. I telegiornali hanno dedicato spazio all'Italia ma fanno solo dei flash su altri Paesi. Solo negli ultimi giorni il Coronavirus ha avuto più spazio". "Non temo - aggiunge - di contrarre il virus in sè, temo per la tenuta del sistema del Paese in cui mi trovo. Per i servizi e l'assistenza che potrei non avere".

A Leeds Rashid lavora per un'azienda americana che si occupa di consulenza ignegneristica e costruzioni. "Nel mio piccolo attuo delle misure di prevenzione: lo smart working nella mia azienda è una realtà consolidata da anni. Nelle ultime settimane questa soluzione è stata incentivata e suggerita ufficialmente, cosi come è stato disposto allo stop alle trasferte di lavoro se non dietro autorizzazione esplicita dei vice. Segno questo che qualcosa sta cambiando. In famiglia abbiamo ridotto le attività esterne e con mia moglie vorremmo fare studiare a casa nostro figlio. Per questo però ci servirà l'autorizzazione della scuola. Dovremo trovare una formula condivisa. Ma si tratta di soluzioni che lasciano il tempo che trovano. Per strada qualcuno inizia a indossare le mascherine, ma tutto è lasciato al buonsenso dei singoli. In assenza di regole - e di divieti come quelli imposti in Italia - il rischio resta alto. Questa situazione, l'approccio del governo, ci sta facendo riflettere anche sulla possibilità di andare via dal Regno Unito".

Dall'Inghilterra a Israele il quadro normativo è diverso ma il sentimento di chi vive lontano da casa è lo stesso. "Sono preoccupata, se SIMONA-3potessi preferirei essere a casa pur con tutti i limiti e i divieti", dice da Haifa a PalermoToday Simona. Palermitana, 34 anni, è in Israele da un anno per un post dottorato in un laboratorio di ricerca di biologia marina.

"Da ieri - racconta - qui è tutto chiuso: bar, ristoranti, asili, scuole, università, sale ricevimento, zoo, piscine e palestre, centri benessere, musei, parchi. Tutto. Restano aperte le farmacia, le attività che vendono generi alimentari e le farmacie. Sono vietate le cerimonie religiose con oltre dieci partecipanti, ma i presenti devono comunque rispettare la distanza interpersonale di due metri, l'uso dei mezzi pubblici è sconsigliato cosi come gli spostamenti in auto con più di due persone a bordo sono vietati. Per gli uffici si consiglia il lavoro da postazione remota, cioè da casa".

E Simona lavora da casa già da giorni: "Non faccio capo a un'università - racconta - . Il laboratorio è formalmente aperto ma ci hanno consigliato lo smart working. Per le attività per le quali dobbiamo enecessariamente recarci in laboratorio, dobbiamo rispettare alcune regole come la distanza di almeno due metri dai colleghi e non possiamo essere più di dieci nella stessa stanza".

"La preoccupazione c'è. La distanza la amplifica - spiega -. Qui ho alcuni amici, una rete di contatti, ma la mia famiglia e gli affetti di tutta la vita sono a Palermo. Il mio Paese è l'Italia e sono preoccupata per le notizie che arrivano. Da un lato preferirei essere a casa mia, pur essendo più esposta e avendo più limiti alla vita quotidiana. Sono emotivamente coinvolta nelle vicende italiane ed è chiaro che il mio atteggiamento, rispetto agli amici israeliani, è diverso. Sono più accorta. Già da giorni. Loro sono più rilassati. Qui ancora non c'è molta percezione del problema, l'abitudine di abbracciarsi per esempio resiste. Solo oggi ho visto le persone indossare le mascherine. Lo stesso personale della farmacia alla quale mi appoggio fino a due giorni fa non aveva protezione, oggi aveva le mascherine e la gente, fuori, rispettava la distanza di sicurezza".

Israele è tra i Paesi meno colpiti eppure ha adottato misure molto simili a quelle italiane. "I casi sono pochi qui. Non so dire se c'è una sottostima, ma certamente non viviamo una situazione come quella italiana - spiega Simona -. Sono stati bravi a chiudere rapidamente le frontiere. Già da un paio di settimane chi arriva dall'estero deve stare per quindici giorni in isolamento. Adesso invece gli arrivi per turismo sono bloccati, possono arrivare solo i residenti, ma anche per loro vale la quarantena se provenienti dall'estero. I provvedimenti di ieri hanno limitato molto le attività".

"Non mi sento abbandonata da Israele - dice -. Ho un'assicurazione sanitaria e il governo ha preso provvedimenti, ma è chiaro che il mio cuore è a Palermo con la mia famiglia. E, in caso di una malattia, preferirei comunque essere a casa mia. Anche per non avere, banalmente problemi di comunicazione. Qui non tutti i medici parlano inglese. Questo però non significa mollare tutto e tornare. Spero nel buonsenso di tutti".

Buonsenso che, secondo Simona, non tutti hanno avuto. Le immagini dell'esodo dal Nord verso il Sud, quando ancora c'era la zona rossa, sono arrivate fino a lei. "Egoismo è il termine che posso usare - dice - Sono persone che non guardano oltre il proprio naso. Il ragionamento è 'torno a casa da mamma e papà e sto bene...' senza pensare che potenzialmente è proprio a loro che 'regalano' la malattia". 

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Interviste realizzate domenica 15 marzo 2020

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