Al Cervello tra i malati di Coronavirus, la voce di un medico: "Siamo in guerra ma non molliamo"

La testimonianza di Carmen Sferrazza, in servizio al Pronto soccorso del nosocomio di via Trabucco: "Ci sembra di camminare ogni giorno su un campo minato. Non cambierei mai il mio lavoro ma a chi si lamenta perchè non può andare dal parrucchiere dico... di Covid-19 si può anche morire"

La dottoressa Sferrazza

Le mani screpolate per le tante ore con i guanti, il camice che resta appeso e lascia il passo alla tuta protettiva, mascherina e occhialini che ora dopo ora segnano il volto ma poco importa perchè la parola d'ordine è proteggersi per aiutare chi è in difficoltà. E carattere, tanto. Perchè sì, i medici devono essere distaccati per potere approcciare i pazienti, ma sotto tutta quella bardatura sterile c'è sempre una persona che quando prende tempo per rifiatare inevitabilmente pensa a tutti gli esseri umani che dipendono solo da loro, che da soli non possono compiere il gesto più naturale di tutti: respirare. Eccolo l'identikit dei medici ospedalieri oggi, in piena pandemia Coronavirus. "Siamo in guerra", dice a PalermoToday Carmen Sferrazza (foto in basso), medico in servizio al pronto soccorso dell'ospedale Cervello. Lo stesso che da ieri è un Covid hospital, riconvertito cioè alla cura dei pazienti che hanno contratto il Covid-19.

Il nosocomio ha il reparto di Malattie infettive ed è stato il primo ad accogliere i pazienti con le patologie connesse al virus. Dal 25 febbraio quando la prima paziente ha varcato la soglia della struttura, la turista bergamasca in vacanza a Palermo e diventata celebre suo malgrado perchè prima contagiata registrata in Sicilia, tutto è cambiato. Per tutti. Da quel giorno i numeri sono aumentati vertiginosamente, l'Oms ha usato per la prima volta la parola "pandemia", i cittadini hanno iniziato a fare i conti con divieti e limitazioni, tutti abbiamo imparato a familiarizzare con nomi più o meno tecnici, i medici hanno messo in stand by le loro vite.

sferrazza2-2"Inizialmente noi per primi non avevamo la misura dell’entità enorme del problema - racconta la dottoressa - col percorso Covid-19 istituito dal 118 la paziente bergamasca non è neanche passata da noi, è andata direttamente in malattie infettive. In seguito la Protezione civile ci ha montato la tenda pretriage dove l’infermiere selezionava i pazienti sintomatici e ce li segnalava per il ricovero in malattie infettive. E fin lì il problema per noi non era un problema... La sera del 7 marzo per noi è stata cruciale: avevamo un paziente in tenda (lil camionista di Terrasini ndr) che sospettavamo fortemente fosse ammalato e un Pronto soccorso gremito di almeno cento persone che dovevamo tutelare dal contagio". 

La contaminazione, il contagio di massa. Uno dei pericoli maggiori di questi giorni. "Quella sera - prosegue la dottoressa Sferrazza - quando il 118 ci ha spiegato che dovevamo capire se il paziente era positivo o negativo prima di poterlo ricoverare abbiamo preso consapevolezza che il problema era tutto nostro. Abbiamo atteso l’esito del tampone eseguito da noi per la prima volta, testato apposta dal responsabile della Microbiologia, la dottoressa Grazia Di Quattro che è venuta da casa (fino a quel momento la Microbiologia non aveva nè turno notturno nè reperibilità) e solo a tampone positivo ci siamo potuti organizzare per dove ricoverarlo". 

Chiude il Pronto soccorso pediatrico dell'ospedale Cervello: spazio ai pazienti con il Coronavirus

"Da quel giorno - dice - 'navighiamo a vista'”. Da quel giorno i cambiamenti si sono susseguiti rapidi. Le zone rosse, prima solo a Nord, sono sparite. Tutta Italia è diventata zona "protetta". Da un nemico piccolo, ma feroce. Che non si conosce e per questo è insidioso. Fino a oggi, in cui l'ospedale di via Tricomi e il Civico di Partinico hanno cambiato volto diventando "Covid-hospital".

"In questo momento - racconta la dottoressa Sferrazza - non esiste più l’ospedale Cervello come siamo abituati a pensarlo. Abbiamo trasferito tutti i pazienti del padiglione centrale in altri reparti, in clinica, a Villa Sofia e creato veri e propri 'reparti Covid' con enorme collaborazione da parte degli pneuomologi che se ne stanno occupando. I pazienti non Covid vengono trasferiti alla prima Pneumologia".

"Nuovi reparti" significa nuova organizzazione: significa per chi in quei reparti passa gran parte della giornata rimodulare la propria vita. "Continuiamo ad avere la nostra turnazione regolare - spiega - salvo il fatto che siamo disponibili h24 a rientrare se necessario. Ci siamo un po’ divisi i compiti per cercare di stare un passo avanti rispetto a quello che può succedere e non farci trovare impreparati. Stiamo studiando il 'nemico' cercando di prevedere le sue mosse. Ringraziando Dio finora dei nostri ricoverati non è morto nessuno, anche se sappiamo che prima o poi potrebbe succedere. Noi ce la stiamo mettendo tutta...".

Coronavirus, sos dei medici di continuità assistenziale: "Proteggete anche noi"

Quando la redazione di PalermoToday raggiunge la dottoressa - quarantadue anni, agrigentina di nascita (la mia famiglia è originaria per metà di Favara e per metà di Ravanusa, precisa con orgoglio) ma palermitana d'adozione e dal 2018 di ruolo all’azienda ospedali riuniti Villa Sofia - lei è reduce da un turno e si prepara ad affrontare quello della notte. Nel frattempo non c'è tempo per sè, si esce per cercare quelli che abbiamo imparato a chiamare "dispositivi di protezione" ovvero mascherine, guanti... quello che può servire.

maniscalchi-2"In questo momento in azienda stanno lavorando esclusivamente per l’approvvigionamento di quanto ci serve per farci lavorare in sicurezza. Ma ci sono grossi problemi: la Germania ha bloccato ogni tipo di fornitura perché trattiene per sè i dispositivi - spiega - . Io ho lavorato per il pubblico e per il privato e ho sempre avuto la consapevolezza che mentre nel privato vai avanti solo se vali, nel pubblico sei solo un numero e quanto vali non importa a nessuno. Devo riconoscere l’enorme lungimiranza dell'Azienda ospedali riuniti che innanzitutto ha individuato nella dottoressa Tiziana Maniscalchi (nella foto a destra) il regista perfetto di questo 'film horror'. È lei che senza lesinare le energie sta spostando reparti e creando tutti i percorsi per tutelare ammalati e operatori. Ma dobbiamo lavorare in sicurezza e i presidi non si trovano. Abbiamo ricevuto una piccola donazione lanciata con grande sensibilità da una studentessa di medicina (Laura Milioto) e con questi soldi stiamo rastrellando tutti i piccoli rivenditori con a disposizione i dispositivi di protezione. Non possiamo rimanere senza, sarebbe una enorme bomba biologica. Siamo pochi e la maggior parte che lavorano da noi sono precari come lo ero io un tempo. Ma nessuno si sta risparmiando".

Non risparmiarsi significa anche non vedere - letteralmente - i propri affetti. Significa incrociare per giorni e giorni solo gli sguardi di colleghi stanchi come e quanto te, di pazienti che sono soli in reparto. Soli e spaventati e chiedono "solo" aiuto. "Le nostre vite sono stravolte - ammette -. Andiamo a lavorare e facciamo isolamento sociale quando siamo liberi: chi di noi ha potuto ha allontanato da casa i familiari, chi non ha potuto ha delimitato delle zone a casa per evitare comminstioni. Io non vedo la mia famiglia da 15 giorni pur abitando nella stessa città. Non abbiamo più una vita - dice . Il lavoro non è più quello che facciamo abitualmente e siamo lontani dai nostri affetti. Siamo in guerra e ci sembra di camminare ogni giorno su un campo minato...direi che basta no?".

cervello-7Disinnescare la "bomba" Coronavirus facile non è, per nulla. E i numeri che snocciolano le istituzioni ogni giorno ne sono la prova. Il paradosso però è sapere che a moltiplicare le minacce sono gli stessi cittadini quando, più o meno consapevlmente, infrangono le regole e diventano veicoli di contagio.

"Credo - dice la dottoressa - che rientrare in Sicilia dalle zone rosse sia stato un grande gesto di irresponsabilità verso sè e verso gli altri. E' stato quello che ha poi imposto il blocco totale per tutto da parte del governo, ma questi stessi ora si lamentano...incredibile". 

"Io non ho paura: ai miei genitori dico che sono talmente determinata a vincerla questa guerra che se il virus mi vede scappa... Ho deciso di fare il medico all’età di tre anni mentre mi visitava il pediatra. Per me fare il medico significa 'aiutare gli altri'. Io il mio lavoro scelgo di farlo ogni giorno - racconta -. C’è chi si lamenta del parrucchiere chiuso o del fatto che non trova nei supermercati il lievito di birra. Mi verrebbe da controbattere che quando rientro a casa dopo il turno sono felice se riesco a trovare due bastoncini di pesce da mangiare e mi sento fortunata perché sono sana e sono viva. Vi lamentate di annoiarvi a casa? Forse se riflettete su cosa signifca il Covid-19, la noia passa. L’altro giorno abbiamo avuto un paziente fortemente sospetto. I rianimatori ci hanno dato credito e l’hanno intubato e ricoverata in rianimazione precocemente, prima dell’esito del tampone poi positivo. All’equipe di Rianimazione del dottore Baldo Renda chapeau. In serata il paziente era già pronato im Rianimazione perché il quadro era veramente grave ed è stato di rapidissima evoluzione. Pronato significa a pancia sotto. Siamo abituati a pensare che il malato intubato in Rianimazione dorme sedato in posizione supina. Nelle malattie molto aggressive per i polmoni, e quella data da Covid-19 è così, l’intervento migliore avviene in posizione prona. Per capirci: pancia sotto. Un'esperienza che non auguro a nessuno e che, se sopravvivi, ti cambia la vita per sempre. Pensateci prima di uscire di casa senza motivo: è un gesto irresponsabile".

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