Senza diritti per 300 euro al mese: "Lavoratori a progetto nei call-center i nuovi schiavi"

A lanciare l'allarme è la Slc Cgil: "Vengono usati come polli nelle gabbie, sfruttati, mortificati". Gli operatori secondo il sindacato svolgerebbero un lavoro subordinato mascherato poiché oltre a seguire le direttive delle azienda avrebbero anche un orario

"I lavoratori a progetto impiegati nei call center sono i nuovi schiavi". A lanciare l'allarme è la Slc Cgil che chiede alla Regione e al Comune di intervenire per chiedere alle aziende un cambio di rotta. "Lavorano 6 ore al giorno, in condizioni pessime, guadagnando una mancia da 100, 200 o 300 euro al mese, svolgendo di fatto un lavoro subordinato mascherato, perché hanno un orario e seguono le direttive delle aziende. Ma sono lasciati senza diritti e non sanno se a fine mese il contratto sarà rinnovato”, tuona il segretario generale Slc Cgil Palermo Maurizio Rosso nel corso di una conferenza stampa sul tema che si è svolta questa mattina nella sede del sindacato alla presenza di tanti lavoratori dei call center. Tra loro ci sono madri di 40 anni che non hanno diritto di assentarsi se il figlio sta male né alla maternità e beneficiari della legge 104 costretti a non rispettarla.

In Sicilia su 20 mila lavoratori dei call center, cinque mila sono Lap. "Ai lavoratori a progetto - spiega Rosso - vengono consegnate liste di nomi, di possibili clienti, alcune redditive, con alte probabilità di vendere un abbonamento o un rinnovo, altre vuote, liste fantasma, che  inchiodano l'operatore ore e ore al telefono senza vendere nulla, come polli nelle gabbie, con l'obiettivo di ingrassare e smerciare subito i prodotti al di là di ogni qualità o utilità reale”. 

I lavoratori - denuncia il sindacato - sono pagati solo nel tempo effettivo del colloquio con il cliente, escluse le attese tra una telefonata l'altra e le pause. “E' vergognoso pensare che - prosegue Rosso - uno possa portare avanti una famiglia elemosinando una lista di nomi più proficua e redditiva di un'altra, per cercare di guadagnare qualcosa di più al giorno senza garanzie di rinnovo del contratto a fine mese  e senza diritti”. 

Da qui l'appello alle istituzioni, per un cambio di rotta radicale che coinvolga le aziende e che veda impegnate le istituzioni in una “battaglia di civiltà”: "Devono fare investimenti sulla formazione, su attività innovative e progetti di crescita nel campo dei servizi, per far sì che questo diventi un vero lavoro. Ogni anno dalla Sicilia vanno via 10 mila giovani. E' impensabile continuare a vivere di disoccupazione, ignoranza e assenza di infrastrutture. Il Mezzogiorno sia il problema numero uno d'Italia, il suo sviluppo è necessario alla crescita del Paese. La Sicilia è piena di giovani brillanti che studiano e lavorano all'estero. La Regione siciliana e il governo devono comprendere che le aziende devono venire qui e devono investire”.

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