Mercoledì, 20 Ottobre 2021
Cronaca

La lotta di un papà per il figlio: "La mia ex mi ha nascosto la nascita, ora lui ha il mio cognome"

La donna lo ha allontanato improvvisamente dopo aver scoperto la gravidanza. "Ho saputo del parto dai miei colleghi e ho potuto vedere il bimbo solo dopo mesi, ma la prima parola che ha detto è stata comunque 'papà'". La Corte d'Appello: "Deve portare il nome del genitore e non quello della mamma"

Ha saputo di essere diventato padre dai suoi colleghi di lavoro; è riuscito a vedere per la prima volta suo figlio solo dopo diverse settimane e per pochi minuti, senza neppure poterlo prendere in braccio; per mesi ha dovuto strappare attimi preziosi per poter stare insieme a lui. Eppure l'ha amato dal primo secondo, anche a dispetto di quell'ex compagna con cui aveva una relazione da oltre sette anni e che ha fatto di tutto per tenerlo lontano dal bambino sin dalla gravidanza. E questa è proprio la storia di un amore sconfinato, che davvero supera ogni ostacolo, di una dolorosa battaglia - anche giudiziaria - per vedersi riconosciuto il diritto di essere padre. Una battaglia vinta: non solo questo papà ha infatti ottenuto l'affido condiviso del figlioletto che oggi ha 3 anni, ma la Corte d'Appello ha pure sancito che debba portare il suo cognome e non quello della madre, nonostante in prima battuta gli fosse stato impedito di riconoscere il bambino. In più - paradossi e magie misteriose della vita - la prima parola pronunciata dal piccolo è stata proprio "papà".

"Colui che genera un figlio non è ancora un padre, un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno" scriveva Dostoevskij ne "I fratelli Karamazov" ed è una riflessione calzante per la vicenda dell'uomo di quasi 40 anni che all'improvviso si è visto escludere - e senza un motivo chiaro - da quella che da anni era la sua fidanzata. La donna con la quale progettava una convivenza e che, una volta scoperto di essere incinta, ha invece deciso di tagliarlo completamente fuori dalla sua vita. Impossibile avvicinarla, telefonarle, contattarla attraverso le tante chat ormai in circolazione: "Sono arrivato a comunicare con lei mandandole delle raccomandate", racconta l'uomo. Non forniamo alcun riferimento preciso per non rendere identificabile il bambino, ma suo padre ha voluto che questa sua storia venisse comunque raccontata: "Può dare coraggio a tanti padri che vengono allontanati dai figli - spiega - io ho finalmente ottenuto giustizia e credo che la figura paterna sia importante nella vita di una persona quanto quella materna. Il diritto di poter dare anche il mio cognome al bambino è il segno più tangibile dell'esito positivo della mia battaglia".

L'ex compagna del protagonista scopre di essere incinta nel 2016 e dopo appena qualche mese taglia i ponti con lui. L'anno successivo il bambino nasce e la madre dichiara che il padre è sconosciuto. Padre che scopre solo dopo qualche mese, dai colleghi di lavoro, che suo figlio è nato. "Ho potuto vederlo per la prima volta soltanto tempo dopo, in mezzo alla strada - racconta l'uomo - e senza poterlo neppure prendere in braccio: la madre temeva che potesse piangere". Da quel momento partono una serie di diffide per vedersi riconosciuta la possibilità di vedere regolarmente il piccolo. "La madre non rispettava gli accordi e alla fine riuscivo a stare con mio figlio solo per un paio d'ore al mese e sempre in presenza della mia ex compagna e dei suoi parenti". 

Eppure, rubando attimi - "ho sempre creduto alla qualità del tempo trascorso con il bambino, più che alla quantità" - l'uomo è riuscito ad entrare comunque nella vita e nel cuore di suo figlio. "La prima parola che ha pronunciato è stata proprio 'papà' - ricorda ancora con commozione - sin dall'inizio ho cercato di essere il suo compagno di gioco e gradualmente ho provato a fargli capire che c'era la mamma, ma anche il papà e evidentemente ha riconosciuto la mia figura, l'ha accettata".

Il tribunale ha poi riconosciuto l'affido condiviso del bambino "e ora riesco a vederlo con molta più regolarità - spiega ancora il padre - solo che si capisce che per lui la situazione è complessa. Cambia atteggiamento quando lo riaccompagno dalla madre, a volte mi dice che a casa della mia ex non si parla sempre bene di me. Ma io non ho mai alimentato queste cose, ho sempre e solo voluto essere padre".

Un altro contenzioso giudiziario, dove l'uomo è stato assistito dall'avvocato Massimo Pollina, è nato in relazione al cognome da dare al bambino. Inizialmente aveva solo quello della madre, che il tribunale civile aveva poi deciso di affiancare a quello del padre. Questa scelta, però, non ha passato il vaglio della prima sezione della Corte d'Appello, che ha stabilito che il bambino debba portare invece il cognome del padre. Soltanto quello.

Il collegio presieduto da Antonio Novara (relatore Tania Hmeljak, consigliere Angelo Piraino) nella sentenza riporta le conclusioni del tribunale e scrive: "Il tribunale ha aggiunto il cognome paterno dopo quello materno in considerazione della 'estrema litigiosità delle parti' e 'della disponibilità manifestata dalla madre all'aggiunta del cognome paterno', ritenendo che tale soluzione fosse 'la più idonea a contemperare i contrapposti diritti alla genitorialità nell'ottica del preminente interesse del minore'". Ma, si legge ancora nel provvedimento "il riconoscimento tardivo del figlio era dovuto a cause imputabili esclusivamente alla madre che, dopo la fine della loro relazione sentimentale, aveva rifiutato qualsivoglia contatto con lui, non informandolo neppure della nascita del bambino" e per i giudici occorre "considerare, quale criterio di riferimento, unicamente l'interesse del minore, con l'esclusione di qualsiasi automaticità in relazione alla prima attribuzione, non essendo configurabile una regola di prevalenza del criterio cronologico o del cognome del padre".

Inoltre, dice la Corte d'Appello, "occorre tenere presente che l'interesse del minore è quello di evitare un danno alla sua identità personale, intesa anche come proiezione della sua personalità sociale, avente copertura costituzionale assoluta, per cui la scelta del giudice - ampiamente discrezionale - deve avere riguardo al modo più conveniente di individuare il minore in relazione all'ambiente in cui è cresciuto fino al momento del successivo riconoscimento".

In conclusione "non sussistendo nella specie alcuna attitudine identificatrice del cognome della madre, data l'ancor tenera età del bambino e considerato che nella società non è comune il doppio cognome, mentre è senz'altro più diffuso l'uso del solo patronimico (cognome del padre, ndr), trattandosi di scelta oggettivamente integrativa di un fattore di normalità (...) la scelta più corretta appare quella di sostituire il cognome del padre a quello della madre". Infine "a detta opzione non può essere di ostacolo né il riconoscimento tardivo effettuato dal padre, posto che il padre ha riconosciuto il minore non appena ne ha avuto la possibilità, né il conflitto esistente tra i genitori, potendo, anzi, l'attribuzione del solo cognome paterno favorire una graduale riappacificazione tra le parti, nel preminente interesse del minore, che dovrà comunque instaurare un equilibrato rapporto con entrambi i genitori".

Per l'uomo questa è la prova che la sua battaglia non è stata vana: "L'ho fatto solo per amore di mio figlio - conclude - ed è questo che mi ha dato la forza di andare avanti e superare ogni ostacolo. Spero che la mia storia possa dare speranza e incoraggiamento a chi sta vivendo una situazione dolorosa com'era la mia".

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