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Cronaca Montepellegrino / Vicolo Pipitone

Acquasanta, uccise il vicino a coltellate: definitiva la condanna a 10 anni per un posteggiatore

La Cassazione ha respinto il ricorso di Giovanni Battista Pizzuto per l'omicidio di Francesco Paolo Maronia, avvenuto in vicolo Pipitone il 18 settembre 2017 al culmine dell'ennesima lite. L'imputato ha da sempre invocato la legittima difesa, sostenendo che la vittima avesse una pistola: una tesi mai condivisa dai giudici

Uccise con sette coltellate il suo vicino di casa al culmine dell'ennesima lite la sera del 18 settembre del 2017, in vicolo Pipitone, all'Acquasanta. Ora per Giovanni Battista Pizzuto, 31 anni, è diventata definitiva la condanna a 10 anni di reclusione per l'omicidio di Francesco Paolo Maronia, un posteggiatore di 48 anni: la prima sezione della Cassazione ha infatti ritenuto inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la sentenza emessa dalla Corte d'Assise d'Appello a febbraio dell'anno scorso.

A Pizzuto, sin dal primo grado di giudizio (celebrato dal gup Roberto Riggio, che l'aveva condannato a 12 anni) fu riconosciuta l'attenuante della provocazione: aveva cioè reagito - seppure in maniera sproporzionata - a un'aggressione da parte della vittima. La difesa dell'imputato, però, puntava al riconoscimento della legittima difesa, che tuttavia è stata sempre respinta dai giudici.

Quella sera di settembre fu una chiamata anonima a segnalare la presenza di "un uomo sparato" in vicolo Pipitone, un tempo feudo del clan Galatolo. A terra, in mezzo alla strada, fu però ritrovato il cadavere di Maronia con un coltello ancora conficcato nel corpo. Gli investigatori risalirono rapidamente a Pizzuto (di cui poi furono ritrovate anche le impronte sull'arma), che confessò l'omicidio, raccontando che la vittima avrebbe minacciato ripetutamente la sua famiglia e di aver agito quindi soltanto per difendersi.

Per la Procura, invece, l'imputato avrebbe agito per futili motivi e il pm Daniele Sansone, che aveva coordinato le indagini all'epoca, non esitò a chiedere una condanna a 30 anni di reclusione. Passò però la tesi della provocazione e la pena inflitta fu quindi molto più bassa, anche per via della riduzione di un terzo prevista dall'abbreviato.

In base al racconto di Pizzuto - che ha però fornito diverse versioni dei fatti e non tutte riscontrate - le liti con il posteggiatore sarebbero state costanti. Il giorno del delitto i due si sarebbero affrontati più volte, finché Maronia non avrebbe minacciato con una pistola l'imputato e la sua famiglia.

Gli animi si sarebbero calmati, ma poco dopo la vittima sarebbe tornata alla carica, urlando a Pizzuto - chiuso nella sua abitazione - di scendere. L'imputato ha raccontato che, temendo che Maronia potesse avere ancora la pistola (mai ritrovata) con sé, aveva deciso di raggiungerlo portandosi dietro un coltello. Che alla fina aveva usato, colpendo per ben sette volte il suo vicino e lasciandolo inerme al suolo.

Anche in Cassazione la difesa di Pizzuto ha invocato la legittima difesa, ma il collegio presieduto da Renato Giuseppe Bricchetti, ha respinto questa ipotesi, condividendo in pieno le considerazioni già espresse sul tema dai giudici precedenti. Pizzuto, infatti, come era già stato rimarcato in appello, "aveva la concreta possibilità di sottrarsi alla situazione di pericolo costituita dalla paventata aggressione armata di Maronia rimanendo in casa e chiedendo l'intervento delle forze dell'ordine. Non aveva infatti alcuna ragione d'essere il riferito timore di essere facilmente raggiunto da Maronia nel luogo dove si trovava insieme con la moglie ed i figli minori in quanto adeguatamente protetto. Per giungere all'abitazione di Pizzuto, Maronia avrebbe dovuto superare il portone d'ingresso in ferro e privo di effrazioni o rotture e la porta di casa non abbattibile con una semplice spallata e la cui capacità di contenimento poteva facilmente essere rinforzata addossandovi mobili o oggetti pesanti".

Inoltre, i giudici avevano sostenuto che "la scelta di scendere in strada munito di coltello per andare incontro all'avversario lasciando l'abitazione non può essere spiegata con il timore che la polizia, pur immediatamente allertata, non arrivasse in tempo per sventare la paventata aggressione avendo lo stesso imputato nel corso di un colloquio in carcere con la moglie escluso di avere avuto intenzione di rivolgersi agli 'sbirri'. Dunque, la decisione dell'imputato di affrontare il rivale armato di coltello non è stata resa necessaria da impellenti esigenze di difesa dell'incolumità propria e dei suoi famigliari, bensì costituisce il risultato di una libera scelta determinata dalla ragione di risolvere personalmente, nonostante l'opposizione della moglie, la situazione originata dalla condotta di Maronia mediante la commissione di un fatto lesivo dell'incolumità altrui, raccogliendo la sfida per scongiurare un pericolo futuro ed ipotetico o solo paventato".

Infine Pizzuto avrebbe anche mostrato "un accanimento del tutto incompatibile con la finalità meramente difensiva di neutralizzare una minaccia o bloccare un'aggressione ingiusta", visto che aveva colpito il vicino per ben sette volte. Da qui il rigetto del ricorso e la condanna dell'imputato anche a versare 3 mila euro alla Cassa delle ammende.

(Nella foto la vittima, Francesco Paolo Maronia)

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