Mafia Falsomiele / Via Bagnera Giuseppe

"Ho sparato in testa al boss di Santa Maria di Gesù", definitiva la condanna per il pentito

La Cassazione conferma i 10 anni di carcere inflitti con l'abbreviato al rapinatore Fabio Fernandez che nel 2017 confessò di aver partecipato all'omicidio di Giuseppe Calascibetta, eliminato a colpi di pistola nel 2011. Mai individuati gli altri membri del commando

La minicar sulla quale venne ucciso il boss Giuseppe Calascibetta nel 2011

Avrebbe voluto un'ulteriore sconto di pena in relazione alla condanna per l'omicidio di Giuseppe Calascibetta, il boss di Santa Maria di Gesù eliminato a colpi di pistola la sera del 19 settembre del 2011 in via Bagnera, sotto casa sua, a Belmonte Chiavelli. Ma la settima sezione della Cassazione ha rigettato il ricorso di Fabio Fernandez, il rapinatore che nel 2017 confessò di aver partecipato al delitto, indicando pure tre complici contro i quali, però, non sono mai stati raccolti elementi sufficienti per arrivare ad un processo. Per l'imputato, quindi, il collegio presieduto da Vincenzo Siani ha i dieci anni di carcere già inflitti con il rito abbreviato a ottobre del 2019 dal gup Michele Guarnotta. Il verdetto di primo grado era stato integralmente confermato anche dalla Corte d'Assise d'Appello, il 29 giugno scorso.

Calascibetta, personaggio ben noto all'interno di Cosa nostra, quando venne ucciso avrebbe preso il posto a capo del mandamento di Santa Maria di Gesù in seguito all'arresto dello storico boss Ino Corso. Era già stato condannato per mafia in precedenza e il falso pentito Vincenzo Scarantino lo accusò di aver organizzato nella sua villa il summit in cui sarebbe stata decisa la strage di via D'Amelio. Un elemento che non fu mai riscontrato, anche se - nel processo "Borsellino bis" - Calascibetta venne condannato a dieci anni per mafia.

Intorno alle 20.30 del 19 settembre del 2011, il boss era sulla sua minicar. Aveva appena comprato il pane e stava tornando a casa, in via Bagnera. Non ebbe il tempo di fuggire quando un commando gli scaricò addosso una pioggia di colpi, di cui soltanto due lo raggiunsero al volto, sfigurandolo e uccidendolo. Un delitto rimasto per anni irrisolto. La svolta avvenne proprio con la collaborazione di Fernandez che in quel momento accusato "soltanto" di aver compiuto una serie di rapine e decise di confessare di aver preso parte all'omicidio di Calascibetta, assieme ad altre tre persone.

Agli inquirenti raccontò che "avevamo questo grandissimo problema con questo soggetto qua, con questo signore che poi abbiamo fatto il reato", il riferimento sarebbe a una partita di eroina non pagata. Da qui la decisione di sbarazzarsi del boss, in quel periodo ufficialmente titolare di un'azienda che commercializzava gesso.

Fernandez parlò di un appuntamento col resto del commando e delle direttive che avrebbe ricevuto dai complici: "Tu ti metti in capo u muture... Loro mi hanno messo i guanti, acchiana cu mia e ci spari tu, c'era il silenziatore, era lunga la pistola". Questo il piano, poi il giorno del delitto: "Siamo arrivati nella strada, ci siamo accostati all'angolo con la moto, eravamo fermi".

Un altro membro del commando avrebbe fatto da palo: "Dice: 'Sta arrivando, sta arrivando', appena ci fece subito il segnale ca mano, tipo sta acchianando, io accendo la moto e vedo questa macchina che si mette in questa strada... Lo abbiamo raggiunto proprio in macchina, lui si è messo vicino tipo e a motocicletta faceva pum, pum, pum perché era stretto accanto alla macchina, cioè io ho fatto fuoco, lui è andato avanti, ha fatto subito l'inversione, dice: 'Sparaci in testa' e ho sparato un altro colpo e ce ne siamo andati".

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