No ai domiciliari per il boss Settimo Mineo, torna a casa il carceriere del piccolo Di Matteo

Il capo di Pagliarelli è accusato di essere stato al vertice della nuova Cupola, ma per il giudice pur essendo anziano al momento può restare al 41 bis a Sassari. Concessi gli arresti domiciliari a Geraci Siculo invece a Franco Cataldo. Carcere e Coronavirus: le polemiche non si placano

Il boss Settimo Mineo nel giorno dell'arresto

Resta in carcere al 41 bis il boss Settimo Mineo, mentre torna alla ribalta dopo 8 giorni la notizia dei domiciliari concessi invece all'ergastolano Franco Cataldo, l'uomo che nell'estate del 1994 tenne segregato per due mesi il piccolo Giuseppe di Matteo e che, essendo anziano e malato, è tra i soggetti a rischio se dovesse contrarre il Covid-19 in cella. Cataldo, 85 anni, ha ottenuto il differimento della pena per 6 mesi, poi terminata l'emergenza si valuterà il rientro in carcere.

Istanza rigettata per Settimo Mineo 

Ha 83 anni, secondo i suoi avvocati, soffrirebbe di problemi cardiovascolari, ma per il gup di Palermo, Rosario Di Gioia, Settimo Mineo, il boss di Pagliarelli accusato di essere stato a capo della nuova Cupola di Cosa nostra, può restare recluso in carcere, al 41 bis, nel penitenziario di Sassari. Il giudice, che sta processando con l’abbreviato Mineo ed un’altra cinquantina di imputati arrestati nel blitz “Cupola 2.0”, non nega nel suo provvedimento che l’anziano possa essere un soggetto a rischio in caso di Covid-19, ma rimarca anche che, proprio in Sardegna, il livello di diffusione del contagio è tra i più bassi d’Italia. Da qui il rigetto dell’istanza degli avvocati Stefano Santoro e Giovanni Restivo.

Un altro no ai domiciliari, dunque, dopo quello del magistrato di Sorveglianza di Torino, che ieri ha negato la scarcerazione d’urgenza a Gaetano Riina, fratello del “capo dei capi” Totò Riina, anche lui anziano ed affetto da diverse patologie e che, a dispetto del nome, non sta scontando una condanna per mafia e non è neppure recluso al 41 bis. In questo caso, la parola passa adesso al tribunale di Sorveglianza che dovrà vagliare la questione entro un mese.

La lista e lo spettro di scarcerazioni di massa

Quelli di Gaetano Riina e Settimo Mineo però sono due esempi che dimostrano bene come, a dispetto delle polemiche e degli allarmi (in gran parte mediatici), che hanno portato pure al cambio dei vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, non sia in corso una scarcerazione di massa di pericolosi mafiosi e criminali. I casi vengono vagliati ad uno ad uno e non c’è nessun automatismo. C’è una lista di 376 nomi (su una popolazione carceraria di oltre 60 mila detenuti) che è in queste ore al vaglio del nuovo capo del Dap, Dino Petralia, e del suo vice, Roberto Tartaglia: lo scopo è verificare che i criteri adottati per concedere i domiciliari siano corretti. Buona parte dei componenti della lista non sono dei condannati in via definitiva, ma sono invece in attesa di giudizio – e vale dunque il principio costituzionale della presunzione di innocenza – e in questi casi il Dap non ha alcuna competenza.

Finora a Palermo soltanto un boss recluso al 41 bis è riuscito ad ottenere i domiciliari: si tratta di Francesco Bonura, condannato a 18 anni e 8 mesi, al quale mancano circa 8 mesi per raggiungere il fine pena e dunque tornare del tutto libero. Circa 10 giorni fa aveva ottenuto i domiciliari anche l’ergastolano Cataldo Franco, originario di Gangi, condannato per essere stato per due mesi uno dei carcierieri del piccolo Giuseppe Di Matteo, poi ucciso e sciolto nell'acido. Cataldo ha 85 anni, gravi problemi di salute (due tumori) e sarebbe un soggetto a rischio in caso di infezione da Covid-19. Peraltro era detenuto a Milano, cuore della pandemia. Per sei mesi starà a Geraci Siculo, poi si vedrà se potrà tornare in carcere. 

In nessun caso, comunque, per ottenere i domiciliari è sufficiente l’argomento Coronavirus – altrimenti perché negarli a Riina e Mineo? - ma i giudici valutano le reali condizioni di salute dei detenuti e la possibilità di curarli in carcere. Se questo non è possibile – in nome di principi costituzionali come il diritto alla salute e all’umanità della pena – non restano tante alternative. Non sono criteri nuovi, questi, era così già prima della pandemia. Con l’emergenza sanitaria e le norme previste dal “Cura Italia”, però, si è aggiunto un problema non di poco conto: la possibilità che soggetti anziani e malati, dunque particolarmente a rischio, possano contrarre anche il Covid-19, con esiti che potrebbero probabilmente essere letali. E un morto tra questi soggetti a rischio che hanno poi contratto il virus c’è già stato, è il presunto capo della cosca di Misilmeri, Vincenzo Sucato. Il primo detenuto, peraltro in attesa di giudizio, arrestato anche lui nel blitz “Cupola 2.0”, deceduto per Covid-19 in Italia, lo scorso primo aprile. 

Le polemiche e gli equivoci

Qualche settimana fa si era scambiata una lista di nomi del Dap, in cui tutti i penitenziari segnalavano potenziali soggetti a rischio perché anziani e malati - e tra cui figuravano anche i nomi di personaggi del calibro di Leoluca Bagarella e Pippo Calò - per un elenco di futuri scarcerati “per Coronavirus”. Un documento che aveva fatto scoppiare il caso e che poi, come era stato precisato, era in realtà soltanto un monitoraggio. E bastava poco per capirlo, visto che il Dap non può scarcerare senza il vaglio di un magistrato. L’allarme era stato poi ulteriormente amplificato dal caso Bonura, al quale era stato associato quello di Giuseppe Sansone (pure lui in attesa di giudizio in “Cupola 2.0”), che aveva ottenuto gli arresti in casa dal tribunale del riesame, senza che però – ancora oggi – si conoscano le motivazioni di questa scelta. I domiciliari al camorrista Pasquale Zagaria hanno poi ulteriormente fatto alzare i toni, anche se il boss è gravemente malato e non era stata trovata alcuna struttura carceraria adatta a curarlo.

L’ex sostituto procuratore di Palermo, Nino Di Matteo, oggi membro laico del Csm, aveva sostenuto che con queste scarcerazioni lo Stato si sarebbe piegato alla mafia. Lo stesso Di Matteo ha recentemente svelato in diretta televisiva che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, gli avrebbe negato la direzione del Dap due anni fa, dopo le esternazioni di alcuni boss detenuti spaventati da una sua ipotetica nomina. Le intercettazioni erano state già pubblicate due anni fa e mai finora Di Matteo aveva svelato questo retroscena, che ora però, in piena pandemia, viene cavalcato soprattutto da Matteo Salvini e Giorgia Meloni per chiedere le dimissioni del ministro.

I giudici applicano le leggi, devono garantire diritti sanciti dalla Costituzione a tutti, anche ai mafiosi (perché i cittadini – lo dice sempre la nostra Carta – sono tutti uguali davanti alla legge). Bisognerebbe forse chiedersi perché, semmai, le nostre carceri sono sovraffollate, perché non sono dotate di strutture adatte a garantire che chi è stato condannato all’ergastolo o è in regime di massima sicurezza possa essere assistito da un punto di vista sanitario senza uscire. E questo è il frutto di scelte politiche, non giudiziarie, che hanno visto peraltro più volte l’Italia condannata dall’Europa.

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A Palermo come nel resto del Paese si sta cercando di capire come poter fare ripartire l’attività giudiziaria, bloccata dall’8 marzo, con difficoltà immani per garantire la sicurezza sanitaria di tutti e un arretrato impressionante che cresce ogni ora che passa. Una sfida quasi impossibile che se non sarà vinta, però, potrebbe portare all’implosione del sistema giudiziario, già lento e in affanno. Un aspetto che riguarda la vita di tutti i cittadini che hanno diritto alla giustizia (e che già mediamente aspettano molto più tempo rispetto a chi vive in altri Paesi per ottenerla), ma di cui nessuno sembra preoccuparsi e che anche i media tendono a mettere in secondo (o terzo o quarto o ultimo) piano di fronte all’affaire "scarcerati eccellenti" e a stravaganti teorie complottiste e trattativiste.
 

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