Cronaca

Furti d'auto con estorsione, 4 arresti: in manette anche un presunto boss

Gli indagati farebbero parte della banda smantellata a dicembre. Sono accusati del furto di veicoli commerciali, fino a cento in un mese, con il metodo del "cavallo di ritorno". Un affare che faceva gola anche alla mafia

Quattro persone sono state arrestate dalla polizia con l'accusa di fare parte di una banda specializzata in furti con estorsione. Il gruppo si sarebbe specializzato nel rubare veicoli commerciali per poi contattare i proprietari e chiedere loro denaro in cambio della restituzione del mezzo. L'operazione è stata condotta dalla Squadra Mobile della polizia con il coordinamento dalla Dda. Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal gip Filippo Serio su richesta della Procura. Le indagini sono state coordinate dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e condotte dai sostituti della Dda Francesca Mazzocco, Caterina Malagoli e Ferdinando Lo Cascio.

Si tratta della prosecuzione dell'operazione messa a segno a dicembre quando 25 persone sono finite in manette per associazione per delinquere finalizzata alle estorsioni con il metodo del "cavallo di ritorno', rapina, furto e ricettazione di veicoli. In carcere al Pagliarelli (GUARDA VIDEO) sono andati Vincenzo Cancemi, che in occasione degli arresti precedenti l'aveva fatta franca poichè per il gip non era stato "compiutamente identificato", Ciro Lucà (39 anni), Gioacchino Lo Buono (27 anni) e Pietro Di Mariano (45 anni). Questi ultimi tre, già ai domiciliari, avrebbero violato le prescrizioni del gip che gli imponevano di non comunicare fra loro.

Il primo, forte dei suoi contatti con la "mala" e la parentela con Totò Cancemi, chiedeva agli altri tre una percentuale sui colpi. In un'intercettazione, infatti, emerge che Lo Buono e Di Mariano aveva messo da parte 5 mila euro per Cancemi, che li aveva richiamati all'ordine con pressioni tipiche mafiose. Lucà, invece, si occupava di mettere a disposizione della banda terreni dove nascondere i mezzi rubati.

Secondo quanto reso noto, l'organizzazione aveva "una rigida suddivisione in ruoli, in modo che a ogni partecipante spettassero precise competenze. Vi erano persone deputate alla commissione dei furti dei veicoli, suddivisi in batterie e operanti sull'intero territorio cittadino, sodali che fornivano luoghi sicuri dove custodire i mezzi sottratti fintanto che si concludesse la 'trattativa' con le vittime e, infine, intermediari che avevano il compito di contattare queste ultime al fine di prospettare la possibilità di recuperare il maltolto". E' stato accertato come "i sodali fossero in grado, nel corso di un mese, di portare a termine all'incirca 100 sottrazioni di veicoli con un guadagno approssimativo di 200.000 euro".

I mezzi sottratti erano prevalentemente veicoli commerciali. Già nella prima operazione era emersa "la pressione estorsiva esercitata nei confronti degli appartenenti all'associazione per delinquere, da parte di Cosa Nostra, che aveva mostrato il proprio interesse nel controllo, non solo delle attività lecite, bensì anche di quelle delinquenziali organizzate all'interno del territorio di propria competenza". Tra i quattro arrestati di oggi figura infatti anche un presunto esponente di spicco del mandamento mafioso di Pagliarelli, il quale secondo le indagini aveva imposto il pagamento del "pizzo" agli stessi componenti dell'organizzazione criminale.

Vincenzo Cancemi è ritenuto dagli inquirenti "emissario della famiglia mafiosa". A lui è stato contestato il reato di tentata estorsione aggravata "per aver imposto agli appartenenti all’associazione per delinquere il pagamento del pizzo”. Il gip "ha riconosciuto il pieno inserimento di Cancemi in Cosa nostra e ha attribuito alla condotta dello stesso la finalità, non episodica bensì ripetuta con costanza nel tempo, di avvantaggiare la famiglia mafiosa Pagliarelli. La figura di Cancemi si connota per il peculiare lignaggio mafioso. E' già stato condannato per turbata libertà dell’industria in concorso. Successivamente, è stato denunciato nell’operazione della Polizia di Stato denominata Gotha, per riciclaggio e intestazione fittizia di beni. A seguito della stessa operazione, il fratello Carmelo e il nipote Giovanni sono stati condannati con l’imputazione di associazione per delinquere di tipo mafioso, in quanto ritenuti tra i soggetti più vicini al noto boss Antonino Rotolo. È cugino di primo grado di Salvatore, già reggente della famiglia mafiosa Porta Nuova, divenuto collaboratore di giustizia, nel 1993, dopo aver appreso da Raffaele Ganci, capo del mandamento 'Noce', che il proprio dissenso nei confronti della strategia imposta da Bernardo Provenzano ne avesse determinato la condanna a morte. E inoltre, suo genero Giuseppe Perrone è stato arrestato nel 2011 con l’accusa di aver diretto la famiglia mafiosa Pagliarelli”.

Oltre a Cancemi, sono stati arrestati stamani, Ciro Lucà, Pietro Di Mariano e Gioacchino Lo Buono. I tre erano già ai domiciliari in seguito all'operazione portata a termine a dicembre. Nei loro confronti il gip ha disposto l’aggravamento del regime cautelare, prevedendo l’applicazione della custodia in carcere, "in ragione delle gravi e reiterate violazioni delle prescrizioni imposte dalla misura all’epoca applicata".  In particolare, Lucà avrebbe passato a Cancemi le informazioni sulle operazioni di poliza.

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