Si oppose al Grand Hotel Ucciardone: a Ciaculli un albero in ricordo del maresciallo ucciso

E' stato piantumato nel Giardino della memoria, alla presenza della vedova e dei figli di Calogero Di Bona. Il sindaco Orlando: "Ha scelto di essere fedele alla legge e alla propria morale nel servire quello Stato che in anni bui aveva però assunto il volto della mafia"

L'albero in ricordo di Di Bona nel Giardino di Ciaculli

Nel Giardino di Ciaculli da oggi c'è un albero in più: è stato piantumato questa mattina in ricordo del maresciallo della polizia penitenziaria Calogero Di Bona, ucciso dalla mafia il 28 agosto del 1979. Di Bona venne attirato in un tranello mentre era a passeggio per le strade del suo quartiere, Sferracavallo. Poi fu strangolato e il suo corpo venne bruciato nel forno della morte. Lo uccisero i boss Lo Piccolo, Liga e Riccobono: aveva tentato di portare ordine tra i reclusi, abituati a champagne e formaggi francesi. Fino a qualche anno fa, la sua storia era richiusa nell'archivio delle storie dimenticate della città. Poi, grazie alla tenacia dei figli, il caso venne riaperto e si è arrivati alla verità.

Presenti alla cerimonia di commemorazione, organizzata dall'Unione cronisti utaliani, la vedova Rosa Cracchiolo e i figli Ivan, Alessandro e Giuseppe. Tra gli altri hanno partecipato all'evento il sottosegretario di Stato alla Giustizia, Jacopo Morrone, il sindaco Leoluca Orlando, il vice-sindaco Sergio Marino, il provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria, Gianfranco De Gesu, il segretario regionale dell'Assostampa Sicilia, Roberto Ginex ed il presidente regionale dell'Ordine dei giornalisti, Giulio Francese. Per l'Unci erano presenti il presidente regionale Andrea Tuttoilmondo ed il vice-presidente nazionale Leone Zingales. Per l'associazione nazionale dei magistrati era presente il giudice Giovanna Nozzetti, presidente del distretto di Palermo".

"Il supremo sacrificio di Calogero Di Bona, ucciso dai boss per essersi opposto a quella che allora era la prassi del 'Grand Hotel Ucciardone', nel quale i mafiosi erano serviti e riveriti - hanno detto il sindaco Orlando e il vice sindaco Marino-  è un monito allo Stato. E' il monito di chi ha scelto di essere fino in fondo fedele alla legge e alla propria morale nel servire quello Stato che in anni bui aveva però assunto il volto della mafia. Oggi quel sacrificio ci ricorda che ogni giorno, spesso in condizioni difficili e senza aver garantiti i propri diritti, nelle carceri italiane lavorano centinaia di uomini e donne, la cui dignità professionale e i cui diritti vanno di pari passo con quelli di tutti coloro che vivono in detenzione, perché solo così lo Stato potrà assolvere ai propri obblighi".
 

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