Domenica, 25 Luglio 2021
Mafia

Mafia, il pizzo come "affare di famiglia": condanna definitiva per la moglie di Lo Piccolo

Rosalia Di Trapani, moglie e madre di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, capicosca di Tommaso Natale, è stata riconosciuta colpevole di estorsione aggravata dal metodo mafioso e dall’agevolazione di Cosa nostra. La vicenda risale al 2006, quando i suoi uomini erano latitanti

Salvatore e Sandro Lo Piccolo

Rosalia Di Trapani, moglie e madre di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, capicosca di Tommaso Natale, partecipava attivamente agli "affari" di famiglia. Lo ha stabilito la Cassazione che ha condannato la settantenne in via definitiva per estorsione aggravata dal metodo mafioso e dall’agevolazione di Cosa nostra. Deve scontare, secondo quanto riporta il Giornale di Sicilia, otto anni. 

La donna è stata riconosciuta colpevole di avere imposto il pizzo al negozio di "Mercatone della carne" di via Tommaso Natale. Vicenda per la quale Salvatore e Sandro Lo Piccolo, ormai pluriergastolani, dovranno scontare 15 anni mentre un anno e otto è la pena per  l’ex legale dei capicosca di Tommaso Natale, l’avvocato Marcello Trapani, che collabora con la giustizia e sconterà forse qualche mese ai domiciliari.

Si tratta di una sentenza storica: non sono moltissime le condanne delle mogli dei grandi boss, in genere tenute in disparte,rispetto alle questioni di mafia, dai mariti. Per la donna adesso si aprono le porte del carcere.

I commercianti, secondo l’accusa, dovettero pagare per avviare l’attività: era il 2006, marito e figlio erano latitanti, e allora per quantificare e far pagare si mosse la donna. In tre processi diversi e separati tra di loro, in primo grado, i due Lo Piccolo, la Di Trapani e Marcello Trapani erano stati tutti condannati; poi i giudizi erano stati riuniti in appello ed erano arrivate le assoluzioni; la Cassazione aveva annullato con rinvio e si era celebrato il secondo giudizio di appello (10 ottobre 2017) deciso dal collegio presieduto da Gianfranco Garofalo. Il nuovo ricorso dei legali ieri è stato respinto dalla Suprema Corte. Dunque i titolari del "Mercatone" subirono effettivamente l’imposizione del pizzo.

La vicenda però, va ribadito, non è per nulla univoca, come fino all’ultimo hanno sostenuto, davanti alla Suprema Corte, gli avvocati Alessandro Campo, Giovanni Di Benedetto e Salvatore Petronio, con Carlo Fabbri che assiste Marcello Trapani. Le vittime avevano sempre negato di avere subito l’estorsione, erano finite a loro volta sotto processo, erano state giudicate separatamente e assolte dall’accusa di falsa testimonianza; e il presunto mediatore del pizzo è stato a sua volta scagionato - in un terzo giudizio separato - dall’accusa principale, quella appunto di avere dato un contributo all’estorsione. Decisioni che, ha sempre sostenuto la difesa, cozzano in maniera evidente con le altre condanne.

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