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"Fu uno sgarro alle famiglie mafiose", dopo 20 anni si fa luce su omicidio irrisolto: arrestato boss

In carcere Domenico Virga, elemento di spicco del mandamento di San Mauro Castelverde-Gangi. Francesco Costanza venne ucciso nel 2001 perché chiedeva il pizzo senza il permesso dei clan alle ditte vicine all'imprenditore di Bagheria Michele Aiello. Del delitto aveva già parlato il pentito Nino Giuffrè

Uno sgarro imperdonabile alle famiglie mafiose a cui aveva chiesto soldi. Si fa luce dopo vent’anni sull’omicidio di Francesco Costanza, commesso nella strada tra San Fratello ed Acquedolci nel settembre del 2001: arrestato alla Squadra Mobile, su richiesta della Procura di Messina, Domenico Virga, 58 anni, elemento di spicco del mandamento di San Mauro Castelverde-Gangi. Sarebbe stato lui il mandante dell’omicidio.

Costanza aveva 48 anni quando fu trovato morto, il 29 settembre del 2001,  in contrada Cartolari di Acquedolci, colpito da diversi colpi di arma da fuoco esplosi con una pistola calibro 7,65 e poi finito con alcuni colpi di pietra al capo. La vittima, che gravitava negli ambienti della criminalità organizzata di Mistretta e inserito nel contesto malavitoso delle famiglie al confine tra Messina e Palermo, era già stato oggetto di molteplici azioni investigative della Direzione Distrettuale Antimafia.

A dare una svolta alle indagini, le recenti dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Barbagiovanni, inteso “U muzzuni”, attualmente detenuto, esponente della famiglia mafiosa “dei batanesi”, riconducibile a Cosa nostra ed operante principalmente sull’estremo versante tirrenico della provincia di Messina. Barbagiovanni, ha fornito una precisa descrizione del contesto in cui il delitto è maturato e delle efferate modalità di esecuzione, autoaccusandosi dell'omicidio insieme a Sergio Costanzo, assassinato nel 2010 a 36 anni nelle campagne di Centuripe con diversi colpi di fucile, uno dei quali esploso ai genitali.

Secondo gli inquirenti, "Francesco Costanza fu ucciso perché aveva richiesto a titolo di estorsione dei soldi a delle ditte impegnate in lavori nel comprensorio ai confini tra la provincia di Palermo e Messina. Alcune zone di queste erano riferibili all’imprenditore Michele Aiello di Bagheria, ritenuto vicinissimo a Bernardo Provenzano e già implicato nella vicenda giudiziaria delle talpe nella procura di Palermo che ha altresì visto il coinvolgimento dell’allora presidente della Regione Siciliana Totò Cuffaro, membri delle forze dell’ordine ed esponenti della sanità privata dell’Isola".

"Costanza - dicono dalla polizia - aveva formulato pretese estorsive nonostante fosse già stata effettuata la cosiddetta  “messa a posto” e in seguito alle “lamentele” di Aiello, Nino Giuffrè, sensibilizzato da Provenzano, si rivolse a Virga per risolvere la questione. Virga, a sua volta, interessò della questione i referenti della famiglia mistrettese.

La Squadra Mobile di Messina, con il coordinamento della Dda ha, quindi, avviato una serratissima attività di riscontro alle dichiarazioni di Barbagiovanni, accertando come le sue dichiarazioni fossero perfettamente simili a quelle rese, circa 20 anni prima, dal collaboratore di giustizia Nino Giuffrè (chiamato “Manuzza”, elemento di assoluto rilievo di Cosa nostra palermitana, già capo mandamento di Caccamo e vicinissimo a Bernardo Provenzano) e, più di recente, da Carmelo Bisognano, uno dei più autorevoli rappresentanti della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, avendo per anni ricoperto il ruolo di leader indiscusso di quella particolare articolazione del clan “dei barcellonesi” meglio conosciuta come gruppo “dei mazzarroti”.

I collaboratori hanno riferito del summit durante il quale fu decisa l’eliminazione di Costanza. La riunione avvenne qualche settimana prima dell’omicidio in un casolare abbandonato a Tusa. Alla riunione presero parte elementi di assoluto rilievo delle famiglie mafiose della zona tra le province di Palermo e Messina. Oltre Costanza, anche Domenico Virga (nipote del boss Peppino Farinella) per i palermitani, Sebastiano Rampulla (fratello del più noto Pietro, “artificiere” della strage di Capaci del ‘92) per i mistrettesi, Carmelo Bisognano per i barcellonesi e Carmelo Barbagiovanni per i batanesi.

All’incontro furono chieste a Costanza spiegazioni sia in merito a somme di danaro da lui trattenute nonostante fossero destinate a compagini mafiose palermitane che alla richiesta del “pizzo” a ditte già “protette” dalle stesse. Non ritenendo convincenti le giustificazioni, i presenti al summit decisero di ucciderlo affidando l’incarico ai batanesi. Barbagiovanni, realizzò l’omicidio in concorso con Sergio Costanzo.

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