Le nuove accuse di Graviano a Berlusconi: "E' un traditore, non ha rispettato i patti con noi"

Il boss di Brancaccio, condannato all'ergastolo, è stato ancora una volta un fiume in piena. Proseguendo in videoconferenza la sua deposizione al processo sulla 'ndrangheta stragista davanti alla Corte d'assise di Reggio Calabria ha attaccato nuovamente l'ex premier

Giuseppe Graviano

"Anche in questa occasione, dopo un'udienza in cui tutte le domande a Giuseppe Graviano sono state dedicate inspiegabilmente, dato che nulla hanno a che vedere con il capo di imputazione, ai suoi presunti e in realtà insussistenti rapporti con il presidente Berlusconi, si è potuto acclarare la totale e assoluta non veridicità del narrato". Sono queste le parole dell'avvocato Niccolò Ghedini, dopo le nuove accuse rivolte dal boss di Brancaccio a Berlusconi.

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"Ancora una volta - attacca Ghedini - Graviano ha negato ogni responsabilità propria, ancorché gravato da molteplici sentenze passate in giudicato per gravissimi reati, tentando di accreditare la sussistenza di rapporti con il presidente Berlusconi che mai vi sono stati e che, non solo sono privi di riscontri, ma vi sono elementi di certezza che mai ve ne furono, né diretti, né indiretti, né tantomeno di natura patrimoniale - dice -. L'unica cosa chiara ed evidente è il suo fortissimo risentimento contro il presidente Berlusconi per tutti i provvedimenti legislativi assunti per contrastare, finalmente in modo efficace, il fenomeno mafioso. Ovviamente si valuteranno tutte le azioni giudiziarie del caso".

A irritare Ghedini sono state le nuove accuse lanciate dal capomafia di Brancaccio, condannato all'ergastolo per le stragi. Il boss Giuseppe Graviano, che nelle scorse ore ha proseguito in videoconferenza la sua deposizione al processo sulla 'ndrangheta stragista davanti alla Corte d'assise di Reggio Calabria, è stato ancora una volta un fiume in piena. Dice di essere la vittima di un preciso disegno politico perché "sono l'unico a essere rimasto in carcere, condannato all'ergastolo, perché sono l'unico che è a conoscenza di certe situazioni...". Poi specifica che si riferisce a "una grossa somma che negli anni Sessanta" sarebbe stata consegnata dal nonno materno al gruppo imprenditoriale che faceva capo a Silvio Berlusconi. E definisce l'ex premier un "traditore" perché non avrebbe "mantenuto i patti con il nonno".

Nel corso della deposizione di venerdì Graviano ha lanciato segnali, ancora. Sostiene di avere della "documentazione sulle tante malefatte ancora nascoste" sulla strage di via D'Amelio, ma ribadisce con forza di "non volere mandare dei messaggi". E parla, per la prima volta, anche di Marcello Dell'Utri, sottolineando che l'ex senatore di Forza Italia "è stato tradito" dall'amico storico "Silvio Berlusconi".

Nell'aprile 2016 Graviano si era rivolto al compagno di cella Umberto Adinolfi, che stava per essere scarcerato, per chiedergli di "fare arrivare un messaggio a Silvio Berlusconi", che "doveva mantenere gli impegni presi" e per "ricordargli che sono ancora vivo, a differenza di mio cugino Salvo che nel frattempo è morto. E i patti vanno rispettati. Doveva rispettare un accordo che riguardava alcuni investimenti fatti con mio nonno". Eccolo, Giuseppe Graviano, a lanciare nuovi segnali. Anche se non conferma tutte le frasi captate dalle cimici nel carcere di Terni nell'aprile 2016. Tergiversa, nega. E, di nuovo, dice e non dice. Nella conversazione si sente Graviano che dice ad Adinolfi che "bisogna trovare la strada per fare trovare un messaggio per qualcuno che non ha rispettato i patti". E venerdì ha ribadito che quel "qualcuno" sarebbe proprio l'ex premier Silvio Berlusconi. "Mio nonno agli inizi degli anni Sessanta aveva consegnato venti miliardi a un gruppo imprenditoriale del Nord e si era stabilita la percentuale del 20 per cento da allora in poi". "Ma Berlusconi non aveva rispettato i patti - dice rispondendo al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo - E io chiesi ad Adinolfi se mi poteva fare la gentilezza di ricordare che ancora sono vivo e si doveva togliere i debiti che aveva, andavano rispettati gli impegni presi con mio nonno". Adinolfi fa capire, come risulta dalle intercettazioni, di avere ""un buon gancio" per arrivare a Berlusconi. Ma venerdì, durante la deposizione, Graviano ha chiesto di non fare il suo nome: "Dottore, non mi faccia fare il nome, mi faccia questa cortesia".

E alla domanda del pm Lombardo che gli chiede se "già prima dell'aprile 2016 aveva provato a fare arrivare un messaggio all'ex premier Berlusconi", Graviano replica: "Sì. A me interessava che venissero rispettati gli impegni presi con i creditori che avevano il 20 per cento della società". Ribadisce anche, come già detto nella scorsa udienza, che esisteva persino una "scrittura privata" che avrebbe provato quegli affari tra Berlusconi con il nonno materno. Dice poi di "essere innocente" e di non avere nulla a che fare con le stragi mafiose. "Io sono stato arrestato per un progetto che è stato voluto da più persone. È dimostrato dal fatto che ogni giorno ricevevo visite, e non so se venivano registrato. C'erano carabinieri, poliziotti. E alla fine mi hanno detto: 'Ora l'accuseremo per tutte le stragi d'Italia, da qui non uscirà più. E così è stato. E subito dopo ho ricevuto l'ordinanza di custodia cautelare di Roma". Insomma, secondo Graviano non si cercava il colpevole, ma "un colpevole". E sottolinea ancora: "Non ho fatto le stragi, sono innocente, ho una dignità, non dico bugie". E parla di Marcello Dell'Utri, che secondo la Corte di Cassazione sarebbe stato il 'garante', almeno fino al 1992, tra Berlusconi e Cosa nostra. "Perché lo hanno condannato? Perché Berlusconi ha tradito anche Dell'Utri con le leggi che sono state approvate. Le leggi che hanno danneggiato noi, hanno danneggiato anche Dell'Utri".

E ancora, glissa su una frase emersa da una delle tante intercettazioni in carcere a Terni. Il pm gli legge la frase "Avevamo il Paese nelle mani" ma Graviano dice di non ricordare a cosa si riferisse, "forse ad un processo". E ribadisce con forza: "Io non sono uno che manda messaggi". Ma il pm non ci sta e gli dice: "Ma come? Noi abbiamo analizzato una conversazione in cui lei manda messaggi attraverso Adinolfi. Lei sta chiedendo ad Adinolfi di mandare un messaggio, di rispettare i patti nei confronti di chi non aveva tenuto fede agli accordi". E lui: "Che c'entra, quelli erano i patti che non erano stati impegnati con mio nonno".E poi annuncia ancora: "Quando mi interrogherete in altre occasioni dirò altre cose". Ma cosa? Ribadisce anche, come già detto nella scorsa udienza, che esisteva una "scrittura privata" che avrebbe provato quegli affari tra Berlusconi con il nonno materno. Poi, spiega ancora che il nonno avrebbe "investito 20 miliardi di vecchie lire" con "un gruppo imprenditoriale di Milano" che avrebbe fatto capo proprio a Berlusconi.

Nega anche ogni responsabilità in merito alle accuse dei pentiti Tranchina e Spatuzza sui rapporti con la 'ndrangheta calabrese e sulle strategie della tensione per costringere lo Stato a scendere a patti con pezzi di Cosa nostra. E poi, tra le righe, ancora messaggi: "Mi possono mettere anche sottosopra ma io non parlo". Di cosa? Perché lo sottolinea? Una cosa è certa, il boss Graviano ci tiene a dire: "Non collaborerò mai, mai accetterò un ricatto, possono venire quanto vogliono, possono mettermi in croce. Qualcuno non vuole la verità, ma una verità. Per fare carriera". L'udienza è stata aggiornata al prossimo 21 febbraio per finire l'esame del suo legale e poi è previsto il controesame dell'avvocato Antonio Ingroia, che rappresenta le parti civili.

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Fonte: Adnkronos

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