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I padrini palermitani "rottamano" i capi: "Se muoiono Provenzano e Riina..."

"Se non se ne vanno tutti e due, luce non ne vede nessuno": sembrano insofferenti i capimafia del capoluogo arrestati nell'operazione "Brasca" e sorpresi in un'intercettazione

C'è voglia di una nuova mafia tra i padrini palermitani. Troppo scomodi i boss storici. Perché Riina e Provenzano, vecchi e dietro le sbarre, sono ancora ingombranti. Al punto che solo la loro morte potrebbe dare il la a una nuova era di Cosa Nostra. Spifferi che filtrano tra i capoccia della malavita palermitana arrestati ieri nel corso della retata antimafia dei carabinieri del Ros che ha colpito duramente i mandamenti di Villagrazia-Santa Maria di Gesù e di San Giuseppe Jato: 62 arresti, tra anziani padrini e insospettabili.

Fanno rumore le intercettazioni emerse nelle pieghe della vicenda. Santi Pullara, uno dei boss di Santa Maria di Gesù (figlio dell'ex reggente Ignazio) parla con il capomafia Mario Marchese, e gli dice: "Minchia hai visto Bernardo Provenzano...? Sta morendo... mischino...". E poi la stoccata: "E se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno... è vero zio Mario?". Marchese prima annuisce: "Lo so". Emerge insofferenza nelle intercettazioni che risalgono al gennaio 2015, in quella che sembrerebbe l'alba di una nuova organizzazione criminale palermitana. E a dialogare non sono due qualunque.

Mario Marchese (che già nell''81 aveva tradito Bontate per poi diventare capomandamento di Villagrazia-Santa Maria di Gesù), in riferimento ancora a Riina e Provenzano, aggiunge: "Non se ne vedono lustro e niente li frega... ma no loro due soli, tutto 'u vicinanzo", per poi calare il rosario dei super boss: i fratelli Graviano, Leoluca Bagarella e perfino Messina Denaro, che viene chiamato con evidente disprezzo "questo di Castelvetrano...". Ma finché il Capo dei Capi è in vita, di nuove Commissioni non se ne possono fare. Lo sanno bene Pullara e Marchese. Insomma, prevalgono le vecchie gerarchie ma monta l'insofferenza. 

Lo Zio Mario spadroneggia comunque nella sua zona. Al punto che gli imprenditori per "mettersi a posto" si inginocchiano in segno di rispetto. E' una sottomissione totale quella che viene fuori. L'"usanza" è rivelata in particolare da un'intercettazione risalente al 2013. Marchese riceve due fratelli proprietari di un terreno che sperano in uno suo intervento per "indirizzare" meglio i lavori e "spingere" alcuni imprenditori edili a fare il loro "dovere". Così uno dei due dice al boss: “Vuoi che mi metto in ginocchio? In memoria di mio padre mi metto in ginocchio perché ti ho sempre stimato e noi ci siamo voluti sempre bene...”.ù

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