Fiat, le voci disperate degli operai: “Ormai abbiamo perso le speranze”

Ultimo giorno di lavoro per 1.600 tute blu. Dalle 22 tutti in cassa integrazione. "Il futuro? Non ho aspettative, chi mi assume a 57 anni?". Tante le storie dietro la chiusura dello stabilimento

ProtestaFiat_piazzaIndipendenza © TM NewsInfophoto

“La chiusura dello stabilimento prefigura un futuro nero". E' preoccupato Giuseppe Sciolino, operaio, 41 anni, che lavora alla Lear, ditta dell'indotto Fiat di Termini Imerese, che si occupa di montaggio dei sedili della Lancia Ypsilon. "Per noi e le nostre famiglie, ho due figli di 10 e 7 anni, è un problema - dice - sono convinto che non ci sono prospettive".

Dopo 41 anni la Fiat chiude i battenti, è l'ultimo giorno di lavoro per i 1.600 lavoratori dello stabilimento siciliano del Lingotto: dalle 22 saranno in cassa integrazione. I volti degli operai sono cupi, fisicamente si trovano davanti al palco, montato nel piazzale davanti ai cancelli della fabbrica, dove si sono alternati gli interventi dei segretari nazionali di Fim, Fiom e Uilm, ma con la mente sembrano altrove. "E' un boccone amaro - dice Giuseppe Spisi da 34 anni in catena di montaggio -. Sono arrivato qui senza voglia di lavorare, senza entusiasmo, giusto per dovere".

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"Non ho aspettative, chi mi assume a 57 anni?. Dicono che forse è prevista un'altra giornata di lavoro, ma che senso ha?". "Non vedo un futuro - prosegue l'operaio - non so nemmeno se mi sarà concessa la mobilità, la situazione è grave e la crisi che stiamo attraversando non lascia intravedere nulla di buono". Pure Salvatore Gulotta è in Fiat da 34 anni, anche suo figlio lavora in fabbrica. "La situazione è questa, sapevamo che questo momento sarebbe arrivato. E' triste. Sono preoccupato per me e per la mia famiglia". "Ho un figlio disoccupato, l'altro lavora anche lui in Fiat - continua - sarà un Natale triste per noi. La vertenza è ancora aperta, ma io non ho prospettive: o cassa integrazione o mobilità".
 

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