Travolse e uccise madre e figlia in via Fichidindia, niente sconti in appello

Confermata la pena a 8 anni per Emanuele Pelli, l'automobilista che a maggio 2018 ha causato la morte di Anna Maria La Mantia (63 anni) e Angela Merenda (43). Avviata già la causa civile per ottenere il risarcimento dal Fondo di garanzia per le vittime della strada

Anna Maria La Mantia e Angela Merenda, madre e figlia di 63 e 43 anni

Confermata la condanna a 8 anni per Emanuele Pelli, l'automobilista che travolse e uccise madre e figlia a Brancaccio nel maggio del 2018. Questa la sentenza emessa ieri dalla corte d'appello di Palermo nei confronti del 35enne detenuto in carcere già dalla mattina successiva all'incidente in cui hanno perso la vita Angela Merenda e Anna Maria La Mantia, rispettivamente di 43 e 63 anni. "Nonostante la gravità dei fatti - ricostruisce la Giesse risarcimento danni, società al quale si sono affidati i familiari delle vittime - Pelli, tramite il proprio legale, aveva avanzato nei mesi scorsi una richiesta di appello lamentando un’eccessiva gravosità della pena e il mancato riconoscimento di attenuanti con giudizio di equivalenza".

Nella sentenza di primo grado, il giudice Roberto Riggio del tribunale di Palermo aveva infatti specificato che in ragione della gravità dei fatti, dei precedenti e del comportamento tenuto, Pelli non meritava attenuanti generiche e lo aveva pertanto condannato a una pena base di 5 anni e 8 mesi per “l’elevatissimo grado di colpa, le modalità dell’azione e i danni cagionati alle persone”, con l’aggiunta di ulteriori 4 mesi poiché l’auto non era assicurata e la patente di Pelli risultava scaduta dal 2015, più altri 3 anni di reclusione per aver cagionato la morte di più di una persona ed, infine, l’ulteriore aumento di un terzo di pena (altri 3 anni di reclusione) per la fuga dopo l’incidente, per un totale di 12 anni di reclusione poi scontati di un terzo, a 8 complessivi, grazie al rito abbreviato.

Un testimone: "Una scenza straziante"

Erano state inoltre stabilite delle provvisionali a favore di familiari, decretata la confisca e distruzione del mezzo e revocata la patente di guida. 
A distanza di 8 mesi i giudici della corte d’appello, riesaminato il caso, hanno confermato in toto la condanna inflitta in primo grado. Pelli resterà dunque in carcere con l’obbligo di pagarsi anche le spese di mantenimento per la detenzione. I familiari di Angela e Anna Maria si erano affidati a Giesse risarcimento danni, gruppo specializzato nel risarcimento di incidenti mortali che, con i propri legali fiduciari, continua a seguire l’evolversi del procedimento penale. Nel frattempo è stata avviata anche una causa civile per ottenere il riconoscimento del risarcimento complessivo nei confronti del Fondo di garanzia per le vittime delle strada dato che l’auto è risultata sprovvista di assicurazione.

La tragedia

Come ogni venerdì sera Angela e Anna Maria si erano recate presso la chiesa evangelica Dio con noi per prendere parte al consueto studio biblico settimanale. Terminata la serata, dopo uno scambio di saluti con i confratelli, entrambe erano uscite e avevano iniziato ad attraversare la strada per fare rientro a casa. All’improvviso il rumore di un’auto che arrivava a fortissima velocità, i fari negli occhi e in pochi istanti si è consumata la tragedia, con entrambe le donne caricate a tutta velocità sul cofano e finite sbalzate a più di una decina di metri di distanza. Una scena terribile, alla quale avevano assistito diversi confratelli rimasti poi per giorni sotto choc.

Quando sul posto erano sopraggiunte le ambulanze del 118, per Anna Maria non c'era già più nulla da fare. Angela, la figlia, era stata invece condotta al pronto soccorso dell'ospedale Civico dove però il suo cuore ha smesso di battere poco dopo l'arrivo. A bordo dell’auto, una Fiat Punto celeste c'era Pelli che, stando alle dichiarazioni da lui stesso rilasciate in fase preprocessuale, si sarebbe fermato per poi fuggire impaurito subito dopo. Secondo i testimoni che avevano assistito all’incidente da fuori la chiesa, il 35enne non si sarebbe neppure fermato e avrebbe proseguito dandosi alla fuga spegnendo i fari. L’uomo era stato poi rintracciato la mattina seguente e tratto in arresto dai carabinieri, dopo che la sua auto era stata ritrovata dagli agenti della polizia municipale in un parcheggio vicino a casa.

Davanti a giudice e pubblico ministero il 35enne aveva raccontato di essere uscito di casa della madre quella sera dopo aver bevuto due bicchieri di birra, per recarsi a casa. Pochi minuti dopo, mentre percorreva via Fichidindia, non si sarebbe neppure accorto della presenza delle due signore intente ad attraversare la strada. Complice l'elevata velocità. Stando al suo racconto si era a quel punto allontanato dirigendosi verso casa, dove avrebbe lasciato l’auto in un vicino parcheggio, sarebbe rientrato solo per cambiarsi e poi avrebbe passato tutta la notte per strada, gettando per sua stessa ammissione il cellulare in un cespuglio, recuperandolo poi la mattina seguente, poco prima di essere raggiunto e tratto in arresto dai carabinieri.

La ricostruzione

I pm De Benedittis e Amico avevano affidato la ricostruzione dell’esatta dinamica dell’incidente all’ingegner Mauro Trombetta che nella propria relazione finale ha calcolato una velocità di 108 chilometri orari per la Fiat Punto al momento dell’investimento. In una strada in cui il limite è 50. “Non si può che rimanere sbigottiti di fronte a una percorrenza così elevata di un tratto le cui caratteristiche rendono pericoloso persino a 50 chilometri orari”, si leggeva tra le conclusioni dell’ingegnere. Il perito aveva inoltre evidenziato l’assoluta impossibilità di “trovare qualche responsabilità per l’accaduto a carico dei due pedoni” e che “se la vettura avesse percorso quel tratto a una velocità non superiore al limite vigente, l’incidente si sarebbe potuto evitare”.

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Sulla dinamica, avevano influito inoltre “le pessime condizioni delle gomme, con l’evidente presenza di crepe sui fianchi, segnali di cottura dal sole e, addirittura, al mozzo anteriore destro, la presenza di un ruotino di scorta risalente all’epoca di acquisto della vettura, in condizioni ancor peggiori rispetto al restante treno di gomme”. L’auto, peraltro, non era mai stata assicurata dopo l’acquisto e la patente di Pelli risultava scaduta dal 2015.
"Il reato di omicidio stradale prevede una pena massima di 18 anni. Data la molteplicità e gravità dei fatti commessi dal signor Pelli – sottolineano Diego Ferraro e Ivan Greco, responsabili delle sedi siciliane della Giesse - avremmo auspicato che venisse accettata, con dovuta rassegnazione, la misura disposta in primo grado, senza pensare di ricorrere addirittura in appello. Ciò nonostante, ringraziamo i giudici per aver nuovamente confermato la condanna che, è bene ricordare, non potevano in alcun modo aumentare ma solo confermare o diminuire, ipotesi quest’ultima che, neanche a dirlo, avrebbe provocato ulteriore sofferenza ai familiari".

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