Lo chef Filippo La Mantia: "Sei mesi all'Ucciardone per un errore"

Il dramma vissuto dal cuoco palermitano, uno dei più famosi in circolazione, finito in carcere per "caso": "Quando la mafia uccise il commissario di polizia Ninni Cassarà, io risultavo l’ultimo affittuario della casa da cui erano partiti i proiettili"

Un "soggiorno"  all’Ucciardone durato sei mesi, tra giugno e dicembre 1986. E' il dramma vissuto dallo chef palermitano Filippo La Mantia, adesso uno dei cuochi più famosi in circolazione, finito in carcere per errore. Non suo, però. Sì, perché il 6 agosto 1985 la mafia uccide il commissario di polizia Ninni Cassarà e gli spari partono da un appartamento dove La Mantia, all'epoca 25enne, ha vissuto. Peccato però che da quasi otto mesi Filippo avesse già lasciato quella casa. "Gli inquirenti sospettavano che i proiettili fossero partiti da un appartamento di cui io risultavo essere l’ultimo affittuario registrato - ha raccontato lo chef in un'intervista al Corriere della Sera - ma io quella casa l’avevo lasciata mesi prima dell’omicidio e mi ero trasferito a vivere a Mondello".

Una cella di 18 metri quadri con altre undici persone, un incubo senza orizzonti. Perché una carcerazione preventiva non prevede una scadenza, e chi finisce là dentro, sa che potrebbe restare dietro le sbarre ancora per uno o altri mille giorni. "Così - ha rivelato La Mantia - ho iniziato a cucinare per me e altri 11 detenuti. Lo facevo per sognare di essere a casa e non in una cella del carcere Ucciardone. Preparando i sughi sentivo gli stessi odori e sapori che avevo respirato e gustato sin da bimbo. Sognavo che, prima o poi, avrebbero riconosciuto la mia innocenza. Poi, il 24 dicembre, dopo sei mesi, mi hanno consegnato l’ordine di scarcerazione firmato da Giovanni Falcone: ho visto materializzare il sogno. Fino a quel momento mi ero fatto forza solo grazie al sogno degli odori e sapori familiari". Resta però quel ricordo indelebile: "Le porte dell’Ucciardone che si chiudono dietro di me".

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