Al Teatro Massimo l’iperrealismo visionario della Turandot in una società cyber-matriarcale

In una ‘Pekino’ futuristica, la favola iperrealista del regista Fabio Cherstich e del collettivo russo AES+F omaggia la modernità di Puccini. Un’overdose di immagini suggestive e disturbanti che diviene esperienza immersiva per lo spettatore

A quale spettacolo abbiamo deciso di assistere? Calata scena e accese le luci si conquista l’uscita affollata, tra applausi appena spenti per questa Turandot del ‘tutto esaurito’, spalla a spalla con donne ingioiellate e uomini in giacca che si scambiano impressioni sull’opera. Sono brusii di approvazione che, soprattutto tra i più giovani, diventano soddisfatta adesione alla contemporaneità che tiene a battesimo la stagione 2019 del Teatro Massimo con la lettura futuristica e multimediale di Fabio Cherstich e del collettivo AES+F. Gli applausi a scena aperta raccontano quella parte di pubblico che ha "assolutamente apprezzato l’opera"; ma c’è anche chi si è definito un ascoltatore più incline alla tradizione di costumi orientaleggianti e cineserie, rossi sfavillanti e narrazioni più immediate e convenzionali, disturbato da questa overdose di immagini proiettate sul trittico di schermi-fondale che definiscono l’architettura scenica.

Tre schermi come nel ‘Napoléon vu par’ di Abel Gance (del 1927) con cui il collettivo russo sembra condividere la volontà di espandere il panorama visivo per coinvolgere attivamente lo spettatore all’azione scegliendo cosa guardare e cosa scartare, come fosse egli stesso regista. In questa Turandot vi è un allargamento dello spazio scenico come spazio drammaturgico collettivo (citando Erwin Piscator) in cui l’esperienza dello spettatore diventa totalizzante. Il alcuni momenti la potenza del video prevale rischiando di far deflagrare la continuità emotiva della ‘favola’ musicale, così che talvolta si ha bisogno di spegnere le visioni, e chiudere gli occhi. Per chiederselo con le parole di Jean Baudrillard: l’immaginazione (e la sua rappresentazione) muore per overdose di immagini? Ogni spettatore ha visto una propria Turandot, sperimentando un’esperienza sensoriale unica, per questo i ‘no’ e le tiepide contestazioni alla regia di Cherstich non sono mai del tutto convinti e definitivi. Nel sentire comune resta addossata la sensazione di aver assistito a a un bello spettacolo, disturbante come sono spesso gli effetti dell’arte moderna sul pubblico, ma capace di tributare con questa declinazione futuristica la modernità di Puccini.

Il cyber-matriarcato di Cherstich e l’iperrealismo visionario del collettivo AES+F. Il regista udinese Fabio Cherstich, che aveva già mostrato il suo filone di ‘modernità’ nei progetti ‘Opera Camion’ e ‘Opera City’ (entrambi per il Teatro Massimo), ha sviluppato il concept dello spettacolo con il collettivo artistico AES+F (Tatiana Arzamasova, Lev Evzovich, Evgeny Svyatsky e Vladimir Fridkes). Il gruppo di artisti russo, più volte protagonista alla Biennale di Venezia, ha firmato video, scene e costumi contribuendo alla costruzione di una Turandot iperrealista e distopica che ha attirato l’attenzione di pubblico e critica ancor prima del suo debutto. 

Un nuovo allestimento del Teatro Massimo presentato a Palermo per la prima volta, realizzato in una coproduzione internazionale con il Teatro Comunale di Bologna e il Badisches Staatstheater di Karlsruhe, e in partnership con il Lakhta Center di San Pietroburgo. Il risultato è uno spettacolo nello spettacolo in cui videoarte e lirica si incontrano e si muovono talvolta su binari paralleli e non sempre coincidenti, soprattutto quando l’amplificazione visiva sembra trasformare tutto in un’immensa videoinstallazione, in cui l’imponenza lisergica delle immagini talvolta interferisce sull’ascolto e sulla comprensione della storia e del suo nodo centrale: il mistero.

Il potere seduttivo del video stacca lo sguardo dal palco per immergerlo nei movimenti al rallenti di corpi-simulacro, sculture iperrealiste in movimento, perfetti come i modelli di una pubblicità di intimo su riviste patinate o come soggetti rinascimentali. Una pittura digitale che tratteggia un mondo caotico con svettanti palazzi pulsanti, alveolari, architetture fantascientifiche, dove l’imperatore Altoum (interpretato da Antonello Ceron) è uno scheletrico anziano avvolto da una capsula con tubi rosso fluorescente che mantengono il suo corpo in vita; dove flotte di macchine volanti e droni invadono i cieli sovrastati dal palazzo volante di Turandot con le sembianze di un enorme drago fantasy nel cui ventre vengono imprigionati e torturati i pretendenti che non hanno risolto i tre enigmi (unico modo per ottenere la mano dell’illibata principessa). I torturatori sono intelligenze artificiali senza sesso, dai tratti orientali e il lungo corpo tentacolare, a metà tra l’immaginario fantascientifico, alieno, e un’iconografia che richiama alla mente il famoso shunga di Hokusai, ‘Il sogno della moglie del pescatore’, o visioni meno erotizzate e violente tipiche del ‘tentacle rape’. La violenza nel video realizzato per Turandot, come negli altri lavori del gruppo AES+F, non è mai estetizzata: non vedremo scorrere sangue, le teste mozzate non capitoleranno sul palco, rimanendo rappresentazione digitale di volti che, seppur privati del corpo, sono cristallizzati in un sorriso mentre vengono trascinati nel cielo su fiori colorati. Una narrazione postmoderna e visionaria, a tratti kitsch, una società in cui il patriarcato è stato rovesciato da un regno cyber-matriarcale, in cui la sessualità è anestetizzata nella plasticità di corpi che tendono al neutro, o nell’androginismo di robotiche guardie in bianco che si muovono sul palco armate di spade laser.

La ‘Pekino al tempo delle favole’ di Cherstich è fantascientifica, multietnica, caleidoscopica, piegata ai voleri della sadica Turandot che riluce in abiti che ricordano l’estetica iperrealista di David LaChappelle. La vocalità tagliente e corposa, e la recitazione ieratica del soprano Astrik Khanamiryan (secondo cast), restituiscono pienamente il tema del rifiuto della femminilità e della passionalità, della ripugnanza per gli uomini, a cui Turandot ha consacrato se stessa e il proprio regno in memoria dell’ava Lo-u-Ling brutalmente stuprata.

Gli interpreti si guadagnano giustamente, e a più riprese, il plauso del pubblico: l’incisività interpretativa di Carlo Ventre nel ruolo di Calaf (che si è alternato nel ruolo con Brian Jagde) si accompagna a una vocalità ampia e robusta. Valeria Sepe regala finezze vocali di forte carica emotiva che mettono in evidenza il personaggio di Liù. Vincenzo Taormina, Francesco Marsiglia e Manuel Pierattelli (nell’ordine Ping, Pang e Pong), si muovono con scioltezza nel ruolo comico-grottesco dei tre ministri, ben evidenziati dai costumi ‘total red’ che nello stile ricordano le epoche dei totalitarismi europei, ma anche le atmosfere distopiche del ‘Brazil’ di Terry Gilliam.

Buona l’esecuzione del Coro del Teatro Massimo guidato dal maestro Piero Monti, e dell'Orchestra diretta da Gabriele Ferro, sebbene senza particolari sorprese o vibranti accelerazioni. Soave e delicato il Coro di voci bianche che, fasciati in una bicromia rosa\azzurro, prepara l'entrata di Turandot.

Un inizio di stagione coraggioso per il Teatro Massimo di Palermo che scegliendo (già da tempo) la strada della contaminazione, con uno sguardo a metà tra tradizione e contemporaneità, rimane proiettato nel panorama artistico internazionale. La prima della Turandot di Puccini sul palco palermitano, il 19 gennaio scorso, è stata anche l’occasione per restituire alla città lo storico sipario di Giuseppe Sciuti, che ritorna al posto in cui l’avevano voluto il suo creatore, il pittore Giuseppe Sciuti, e gli architetti del Teatro Giovan Battista e Ernesto Basile, e accoglierà il pubblico in occasione di ogni spettacolo in Sala Grande, così come era avvenuto dall’inaugurazione nel 1897 fino alla chiusura del 1974. Un’importante novità da non perdere è la stagione dei concerti di canto, con sei grandi nomi della scena lirica  internazionale: la prima sarà Mariella Devia, che mercoledì 30 gennaio alle ore 20.30 nella Sala Grande del Teatro Massimo ritorna con un atteso recital accompagnata al pianoforte da Giulio Zappa.


 

BINARIO CINQUE [«Non si interrompe un'emozione» Federico Fellini]

Al binario cinque della Stazione Termini arriva Amelia Bonetti, in arte Ginger. Il film di Fellini fu per me una folgorazione come le parole con le quali Moravia ne accompagnò la critica in suo articolo: «I 'mostri' di Fellini stanno a testimoniare una vittoria dell'immaginazione visionaria sulla lucida osservazione.» (L'espresso Roma, 2 febbraio 1986). Questa è (l')Arte. Ed ecco a voi un piccolo spazio dove appuntare considerazioni a margine su fatti d'arte, di teatro, di cultura, di visionarie immaginazioni

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Commenti (2)

  • Robaccia.

  • Avatar anonimo di Cassandra
    Cassandra

    Spettacolo osceno e di cattivissimo gusto, il trionfo del trench. La musica è gli artisti di bon livello mortificati e messi in ombra dalle immagini sui maxi schermo che sembravano pubblicità di marchi di biancheria intima una caricatura da fare rivoltare il povero Puccini nella tomba.

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