Martedì, 16 Luglio 2024

"Se son fiori moriranno": quando il dolore diventa il burattinaio della mente

Una eccezionale Simona Malato nel ruolo di Adele, madre appesa in un “tempo ininterrotto", affiancata dalle brave Chiara Peritore e Delia Calò, in una storia in cui realtà e immaginazione si riconcorrono e la morte attende sull’uscio. La firma di Rosario Palazzolo, riportato in scena allo Strehler del Biondo

Adesso puoi respirare. I corpi tesi degli spettatori staccati di una spanna dalle poltrone dello Strehler al Teatro Biondo, incastrati dentro alterazioni emotive e continue apnee, sono il tratto più evidente di ‘Se son fiori moriranno’ pièce tornata straordinariamente sul palco del Teatro Biondo di Palermo dopo il successo del debutto nazionale. Il tutto esaurito a ogni replica anche questa volta. Merito della regia e drammaturgia di Rosario Palazzolo che affronta senza mai essere banale la tragedia di una madre a cui la vita ha sottratto la maternità e una figlia in stato vegetativo, di una perdita dilazionata in oltre 15 anni. Un loop che si celebra sera dopo sera davanti a un pubblico sempre diverso, in una stanza sprangata, luogo di delegittimazione del reale. Esistenze appese al filo di una spina gigantesca che sta a margine della scenografia e della narrazione, suggerendoci cosa possa essere davvero accaduto. L’epilogo di una tragedia che il pubblico inconsapevolmente, cedendo a quel doppio binario di negazione e rimozione che è proprio dello spettacolo, spera non si compia.

"Se son fiori moriranno" al Biondo

Complice del successo, in una formula che è fatta di empatia e non di colpi di scena, le tre interpreti: Simona Malato nel ruolo di Adele, madre della piccola Luisa, affidata alla giovane e talentuosa Chiara Peritore; e l’altrettanto brava Delia Calò, necessaria voce fuori scena (la psichiatra? Voce della coscienza o quella del tempo della ragione che bussa inesorabilmente contro i rinvii del dolore?), seduta tra il pubblico irromperà come feritoia di realtà, con la luce della sua lampadina puntata sui deliri di Adele. Simona Malato, madre due volte in questa stagione: al teatro nello spettacolo di Palazzolo e al cinema nel film d’esordio alla regia di Giuseppe Fiorello (Stranizza d’amuri, nelle sale dal 23 marzo), si conferma un’interprete eccezionale. Con una potenza a cui ci ha già abituati in altri ruoli, è il suo corpo a parlare da subito allo spettatore accolto a sipario aperto nella platea dello Strehler con un centinaio di posti, dimensione necessaria per uno spettacolo che ha bisogno di intimità. La messinscena è già iniziata, a propria insaputa il pubblico ne prende parte come comprimario silenzioso a cui Adele poi si riferirà. Ed è forse questo tu per tu con lo spettatore a determinare il successo di uno spettacolo che non fa leva sul pietismo, ma convince con «l’assoluta crudeltà della verità» (citando il maestro Battiato). Un’intercapedine in cui il tempo non esiste.

I pochi elementi in scena ce lo raccontano, oggetti che hanno una collocazione ritmica incastrata alla metafora degli eventi che pian piano verranno svelati e ricordi che verranno sbloccati: le precarie pareti di carta che ricostruiscono a tinte pastello l’ambiente casalingo in cui Adele ci accoglie con la figlia; i suoi giocattoli di plastica; il pavimento a scacchi quasi tratteggiato a pastelli; la porta celeste sprangata da sottili assi di legno. Così le musiche originali di Gianluca Misiti che ricordano le sequenze dei film anni ’80, poche note ripetute che diventano la cifra di un canale di comunicazione tra la realtà e un altro pianeta, immaginifico, alieno come in “Incontri Ravvicinati del terzo tipo”. Così le luci (di Gabriele Gugliara) che definiscono la linea tra realtà e immaginazione ci dicono quando la realtà irrompe, quando il confine tra Adele e noi-pubblico viene attraversato. Sono i piani scenici, ma anche mentali ed emotivi in cui lo spettatore viene accolto da subito, un ambiente rarefatto nel fumo in cui si staglia la figura-bozzolo di Simona Malato, seduta in un angolo su una piccola sedia rossa da bimbi a gestire parole mute, con una potenza che deflagrerà quasi immediatamente.

Se sion fiori moriranno_ph. rossella puccio (1)

Quando il pubblico ha preso posto, Adele si muove verso una grande vasca da bagno in cui c’è il corpo nudo di sua figlia. Inizia a strofinare compulsivamente la carne inerme, un’azione isterica che è un atto di resurrezione a cui la madre ci sta introducendo. Strofina-cancella, strofina-aggiusta, strofina-allontana, rivesti-costruisci. Ogni gesto diventa grammatica di una tragedia rinviata attraverso i costrutti dell’immaginazione. «Mamma io esisto?» chiederà Lisa. «Si è no! Come tutti…» risponderà Adele. «Sto dormendo vero?» rimbeccherà sfidando il dolore della madre, che ci svelerà: «Da dieci anni». «E allora perché mi parli?». In quest’ultima battuta spiazzante la risposta si sente appena, forse non viene data, rinviata come la realtà di un «tempo ininterrotto, il passato che non passa il futuro che non viene» dirà Adele rivolgendosi al pubblico convincendoci che «la realtà finta basta che esista» perché, aggiunge, «io me la figuro esistibile non come quello che esiste, ma come quello che manca». Per fabbricare “ricordi fatti di ricordi” in cui ragione e scienza esatta rimangono fuori insieme al mondo che minaccia il suo amore.

Adele è una narratrice inaffidabile che ci conduce in un viaggio all'interno di una quotidianità frammentaria e frammentata. Una composizione che altera i piani della realtà, rimodellata sulla base del suo senso di colpa, con la sua lingua informe, reinventata, ironica e penitente dà vita alla drammaturgia della pena costruita da Palazzolo. Il corpo della figlia ripulito nella vasca, vestito a vita, trascinato sul pavimento viene poi resuscitato dalle parole: “amore della mamma, svegliati”. E Lisa si sveglia ogni volta come parte di un copione da ripetere. Deve essere ancora bambina, deve ancora giocare con Barbie e Ken, in un cortocircuito che il regista decide di affidare a un corpo di giovane donna, perché nel mondo dell’immaginazione la carne è cresciuta con addosso i segni della pubertà: il seno, i peli pubici. In questo spettacolo, come a volte accade nella vita, la verità non può essere svelata né assimilata, ma governata. Così Adele la restituisce a noi. Noi che siamo la quarta parete, il quarto attore in scena atteso sera dopo sera, spaventata di non trovare: «Spuntate come teste dentro un lampo, ci siete voi» e sorride, parla, compiace chi assisterà al teatro che ha nella testa.

Il pubblico alieno con solo i volti visibili e un corpo trasparente, come i puntini di quel gioco della settimana enigmistica che vanno uniti per svelare l’immagine, così ci tratteggerà in un flusso continuo e confuso di accelerazioni immaginifiche e brusche frenate di realtà. Si appella al pubblico-alieno come unica speranza per salvarle, per condurle in «un posto nuovo, un tempo diverso dove tutto deve ancora capitare e capita diverso». Con così tanta convinzione che non ci si accorge di scivolare dentro quella immaginazione, la disperante disperazione di Adele, di Simona Malato, riesce a ingannarci. In questa fessura di realtà che il teatro (quello buono) crea ci si dimentica di essere spettatori, si vorrebbe rispondere all’appello, essere gli alieni pronti a portarle in un altro pianeta, Onirion una volta lo chiama. È questa capacità all’empatia a decretare il successo dello spettacolo? Tra le file vuote di poltrone rosse del Teatro Biondo, Salvo Palazzolo parlandomi della Trilogia del Sabotaggio, di cui “Se son fiori moriranno” costituisce il secondo capitolo, sorridendo dice che è una formula che non può essere svelata, ma che tutto sta nella riconoscibilità del sentimento. Una autenticità, mi dirà poi nell’intervista Simona Malato, che il pubblico riconosce alla storia e che è poi ciò che cerca a teatro. Il grimaldello sembrerebbe essere la capacità di parlare al dolore di ognuno, perché ognuno può costruirci sopra la propria critica affettiva. La narrazione si rivolge al singolo, al suo lutto (rin)negato. Come facciamo ad affrontare la sofferenza quando è insopportabile? Usando la dimensione dell’immaginazione che diventa non fuga dalla realtà, ma dall’incapacità di affrontarla. L’immaginazione è una cura, verrà detto durante lo spettacolo, Palazzolo ci dice che «è una manna, una maledizione, un ordigno e una trappola, è ciò da cui non riusciamo a separarci, purché rallenti l’inesorabilità degli eventi, esponendoci a un’agonia insopportabile, che impariamo a sopportare».

In un piano più profondo, questo spettacolo affronta il tema dell’iperealtà, la stanza di Adele è uno spazio ultra simbolico dove l’eccesso di immaginazione uccide il reale. Temi di una indagine artistica che è propria di questa Trilogia del Sabotaggio, che attende il capitolo conclusivo. Quel pubblico alieno-alienato e alienante a cui Adele si rivolge partecipa immobile al voyeurismo del dolore, alla sua pornografia. L’immagine cancella la realtà diceva Baudrillard, una sottomissione volontaria al mondo immaginario, come quello che avviene oggi dietro uno schermo, dentro le piazze virtuali in cui il sé viene confezionato e restituito attraverso filtri e narrazioni distorte «ben lontane dalla vita grama che poi realmente si vive», mi dirà Palazzolo.

“Se son fiori moriranno” non è una storia sulla malattia mentale, ma lo è. Non è una storia sul dolore, sul lutto, sulla perdita, ma lo è. Non è una storia sulla nostra società dei numeri, del voyeurismo, degli schermi alienanti, ma lo è. È una storia sulla vita. Si può guardarla da diversi piani assistendo sempre a un buon teatro, a tre attrici eccezionali, a una drammaturgia che immediata arriva e a cui forse si riconosce solo la pecca finale di voler scegliere nelle battute conclusive affidate a Delia Calò un colpo di scena di cui si poteva fare a meno. Quando però si spegne la luce e le pareti cadono, e la realtà sembra irrompere con la luce del teatro che ha dismesso la finzione, occorre qualche secondo, o forse più, per dirsi: “Adesso puoi respirare”.

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