Medici bersaglio di aggressioni, da Palermo un progetto contro violenza negli ospedali

Il progetto è portato avanti dall'associazione "Hospital & Clinical Risk Managers" con Omceo e Policlinico di Palermo, Università La Sapienza di Roma e diverse aziende sanitarie regionali. Il ministro Lorenzin: "Dobbiamo ricostruire insieme un rapporto diverso con i pazienti, ma anche un'educazione civica"

Garantire la sicurezza di medici e infermieri che quotidianamente lavorano negli ospedali e che, sempre più spesso, diventano bersaglio di aggressioni. E' lo scopo del "Protocollo di rilevazione degli atti di violenza a danno degli operatori sanitari e sindrome da burnout correlata", illustrato dal presidente dell'Omceo Toti Amato, dal presidente dell' associazione scientifica Hospital & Clinical Risk Managers"Alberto Firenze, dal direttore generale del Policlinico Fabrizio De Nicola e dal presidente del Collegio infermieri Ipasvi-Palermo Franco Gargano. Presente in collegamento telefonico anche il ministro della Salute Beatrice Lorenzin. .

In Italia, gli infortuni nelle strutture ospedaliere denunciati all’Inail solo nel 2005 sono stati 234 ai danni degli infermieri e 7 subiti medici.
Secondo l'ultima analisi, presentata stamattina dall'associazione scientifica "Hospital & Clinical Risk Managers", capofila del progetto, gli episodi di violenza nel Paese si sono verificati più frequentemente nei servizi di emergenza-urgenza, di geriatria, nelle strutture psichiatriche, luoghi di attesa e di continuità assistenziale.

"Questo protocollo è una delle risposte che vanno date di fronte a terribili fatti di cronaca che hanno colpito anche la Sicilia - ha dett Lorenzin - E' importante spiegare ai cittadini cosa significa essere oggi un medico, avere rispetto per la scienza e la cultura scientifica.La violenza contro il medico, rifiutare la terapia - ha aggiunto il ministro - sembrano temi diversi ma fanno tutti parte di una visione negativa della nostra società degli ultimi anni che non fa più comprendere questa attività. Dobbiamo ricostruire insieme un rapporto diverso con i pazienti, ma anche un'educazione civica".

Secondo le rilevazioni dell'associazione "Hospital & Clinical Risk Managers", il numero di aggressioni è destinato a crescere. Aumento di pazienti con disturbi psichiatrici dimessi dalle strutture ospedaliere e residenziali, abuso di alcol e droga, accesso senza restrizione di visitatori negli ospedali e nelle strutture ambulatoriali, lunghe attese nelle zone di emergenza e nelle aree cliniche, sono le principali cause. Che si sommano a un fabbisogno di personale non adeguato e alla mancanza di una formazione adeguata che consenta di riconoscere immediatamente comportamenti ostili e aggressivi.

"Generalmente tali episodi - ha spiegato Amato - si sviluppano secondo una precisa progressione. Nella maggior parte dei casi, un gesto estremo di violenza inizia con espressioni verbali aggressive, che devono essere valutate e gestite sul nascere. Conoscere tale progressione consente di comprendere e valutare subito quanto sta accadendo ed interrompere il corso degli eventi. Questo è possibile attraverso un modello formativo mirato, che applicato sul campo diventi un protocollo da seguire come misura di prevenzione e protezione. Sono previsti moduli formativi declinati alle varie figure professionali, per il management, per i medici, per gli operatori sanitari e per il personale di sicurezza".

Di comunicazione, informazione e potenziamento dei sistemi di sicurezza, quali elementi cardine su cui lavorare, ha parlato il dirigente generale De Nicola: "Credo sia importante anche il rapporto con la cittadinanza attiva. E' indispensabile informare l'utenza di un cambio di mentalità, spiegando che gli operatori sanitari collaborano e aiutano la salute e non possono essere considerati un ostacolo al raggiungimento. Serve un cambio di passo di mentalità, di cultura e di comunicazione per far tornare gli ospedali luoghi di accoglienza e di cura". "Si lavora in trincea, serve personale di vigilanza che non sia solo un'interfaccia e soprattutto è necessario un automatismo di denuncia e di costituzione a parte civile quando si verificano episodi di aggressioni", ha detto Franco Gargano, fotografando le condizioni di lavoro nei pronto soccorso. Dove "Si lavora con un numero di medici e infermieri insufficiente".

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Nel corso della conferenza stampa, il presidente dell'associazione ha illustrato le misure strutturali, organizzative e operative per ridurre le condizioni di rischio di tutti gli operatori coinvolti nel processo assistenziale durante l’erogazione di prestazioni e interventi socio-sanitari.
Tra le principali misure strutturali e tecnologiche individuate: l'installazione di impianti di allarme o altri dispositivi di sicurezza (pulsanti antipanico, allarmi portatili); impianti video a circuito chiuso nei luoghi più a rischio; eventuali metal-detector per rilevare la presenza di armi metalliche, oltre alla presenza di un funzionario di pubblica sicurezza. Le misure organizzative riguardano invece la governance delle attività lavorative. A titolo di esempio, l'attivazione di procedure che rendano sicura l’assistenza domiciliare, prevedendo in certi casi anche la presenza di un accompagnatore o la comunicazione ad un secondo operatore degli spostamenti; un modello d'informazione chiara ai pazienti sui tempi di attesa. Il protocollo, che darà il via al progetto, è stato realizzato in partnership tra l'ente capofila "Hospital & Clinical Risk Managers", l'Omceo e l'Azienda ospedaliera universitaria Paolo Giaccone, con la collaborazione dell'Università La Sapienza di Roma e diverse aziende sanitarie regionali.

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