Fratello agente scorta Borsellino: "Vengono a stringerci la mano e a prenderci per i fondelli"

Luciano Traina, fratello di Claudio, ucciso dalla mafia in via D'Amelio, si sfoga con l'Adnkronos: "Anche senza le limitazioni imposte dall’emergenza Covid-19 non avrei partecipato ad alcuna manifestazione. Sono stanco delle solite passerelle"

"Anche senza le limitazioni imposte dall’emergenza Covid-19 non avrei partecipato ad alcuna manifestazione. Sono stanco delle solite passerelle, di promesse lunghe 28 anni, di vuote parole a cui non seguono mai fatti". Luciano Traina, fratello di Claudio, l’agente di scorta morto insieme a Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano, nella strage di via D’Amelio che costò la vita anche al giudice Paolo Borsellino, è amareggiato. Di più. Arrabbiato. "Sa qual è la verità? Non ho più fiducia in questo Stato, uno Stato che resta sempre in debito verso chi ha dato la propria vita per il Paese", dice all’Adnkronos.

In occasione dell’anniversario la strage di Capaci, che quest’anno, causa Coronavirus, dovrà archiviare i consueti appuntamenti istituzionali nell’aula bunker del carcere Ucciardone e il corteo sotto all’albero Falcone in via Notarbartolo, Traina, 40 anni di servizio in polizia alle spalle, usa la schiettezza di sempre. "Siamo stanchi di subire ingiustizie, stufi di politici che vengono qui, nei luoghi in cui si fa memoria, dove sono morti i nostri familiari, e sfilano con le loro facce tristi come fossero loro le vittime. Seduti in prima fila a favore di telecamere e fotografi, vengono a stringerci la mano e a prenderci per i fondelli. E ora di dire basta a questa ipocrisia", dice.

L’ultima "beffa" qualche settimana fa con le scarcerazioni dei boss. "E' stato come uccidere i nostri cari una seconda volta", taglia corto Traina, per il quale il guardasigilli Alfonso Bonafede "non poteva non sapere". "Non parliamo di piccoli rapinatori, di ladri di autoradio, ma di uomini che hanno fatto la storia d’Italia all’inverso, di assassini, di stragisti, di persone che si sono macchiate di reati orrendi. Non posso credere che il ministro non fosse stato informato". Ecco perché secondo Traina Bonafede farebbe bene a dimettersi. "Dovrebbe fare un passo indietro, anche in segno di rispetto verso i familiari delle vittime di mafia". I provvedimenti assunti? "Presi dopo la reazione popolare, dietro l'indignazione generale di un popolo intero".

Lo scorso anno in via D’Amelio in occasione del 27esimo anniversario dell’eccidio l’incontro con il capo del dicastero della Giustizia. "Quando sono sceso dal palco, mi ha stretto la mano - ricorda - e mi ha invitato al ministero. Da quel giorno non l’ho più visto né sentito…". E' disilluso il fratello dell'agente di scorta ucciso dal tritolo di Cosa nostra il 19 luglio del 1992. "Tutti i ministri della Giustizia che si sono succeduti in questi anni hanno promesso il loro impegno per fare luce sulle stragi ma sono passati 28 anni e queste promesse sono rimaste sempre tali".

Traina, archiviati i 40 anni di servizio in polizia ("Non seduto dietro una scrivania ma in prima linea contro le Brigate rosse e la mafia"), oggi gira per le scuole per portare ai ragazzi il testimone della memoria. "Spiego loro cosa significa stare dalla parte giusta, parlo di giustizia e del valore delle Istituzioni, ma a volte mi sembra di prenderli in giro - ammette -. Parlo di uno Stato che in 28 anni ci ha restituito solo brandelli di verità. Quella piena? Forse non la sapremo mai, perché ‘le menti raffinatissime’ di cui parlava il giudice Falcone quei segreti se li porteranno nella tomba", conclude.  

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Fonte: Adnkronos

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