Lo sfogo di Fiammetta Borsellino: "A Caltanissetta c'era Procura massonica, 25 anni di schifezze"

In un'intervista al Corriere della Sera, l'ultimogenita del giudice ucciso nella strage di via D'Amelio denuncia le "manovre per occultare la verità", facendo nomi e cognomi. "Mio padre fu lasciato solo in vita e dopo"

Fiammetta Borsellino

"Un balordo della Guadagna come pentito fasullo". Le indagini a Caltanissetta? "Era una Procura massonica". Fiammetta Borsellino, 44 anni, ultimogenita del magistrato Paolo, ucciso nella strage di via D'Amelio 25 anni fa, si sfoga così in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera. "Venticinque anni di schifezze e menzogne". Parole dure, messe in fila una dopo l'altra, con nomi e cognomi. "La Procura nissena era guidata all'epoca da Gianni Tinebra che è morto, ma dove c'erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo...".

Palermo ricorda il giudice Borsellino | Diretta

"All'Antimafia - prosegue - consegnerò inconfutabili atti processuali dai quali si evincono le manovre per occultare la verità sulla trama di via D'Amelio". E' un fiume in piena la Borsellino, che denuncia l'isolamento che ha vissuto la sua famiglia dopo quel 19 luglio di 25 anni fa. "Nessuno si fa vivo con noi. Non ci frequenta più nessuno, magistrati o poliziotti. Si sono dileguati tutti. Le persone oggi a noi vicine le abbiamo incontrate dopo il '92. Nessuno di quelli che si professavano amici ha ritenuto di darci spiegazioni anche dal punto di vista morale".

Fiammetta: "Pentiti costruiti a tavolino"| L'intervista a PalermoToday

Poi ritorna sulle prime indagini condotte a Caltanissetta dopo la morte del padre. E riferendosi al pm Nino Di Matteo, tra i magistrati di Caltanissetta che si occuparono dell'inchiesta sulla strage, dice: "Io non so se era alle prime armi. E comunque mio padre non si meritava giudici alle prime armi, che sia chiaro''. Alcuni giorni fa la corte di appello di Catania, nel processo di revisione, ha assolto 9 persone che erano state condannate ingiustamente per la strage. "Ai magistrati in servizio dopo la strage di Capaci - sottolinea la Borsellino - rimprovero di non aver sentito mio padre nonostante avesse detto di voler parlare con loro. Dopo via D'Amelio riconsegnata dal questore La Barbera la borsa di mio padre pur senza l'agenda rossa, non hanno nemmeno disposto l'esame del Dna. Non furono adottate le più elementari procedure sulla scena del crimine. Il dovere di chi investigava era di non alterare i luoghi del delitto. Ma su via D'Amelio passò la mandria di bufali".  

E' forte la voglia di verità sulla strage, ma altrettanto il pessimismo: "Mio padre fu lasciato solo in vita e dopo. Dovrebbe essere l’intero Paese a sentire il bisogno di una restituzione della verità. Ma sembra un Paese che preferisce nascondere verità inconfessabili". Ma che idea si è fatta della strage, domanda il giornalista del Corsera Felice Cavallaro? "A mio padre - risponde Fiammetta - stavano a cuore i legami tra mafia, appalti e potere economico. Questa delega gli fu negata dal suo capo, Piero Giammanco, che decise di assegnargliela con una strana telefonata alle 7 del mattino di quel 19 luglio. Ma pm e investigatori non hanno mai assunto come testimone Giammanco, colui che ha omesso di informare mio padre sull’arrivo del tritolo a Palermo...". 

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