LETTORI. "Visita alla Santuzza, tra immondizia e mazze del duce"

A scriverci è Federico Nuzzo, che ha deciso di condividere con i palermitani le sue impressioni durante una tradizionale "acchianata" a Monte Pellegrino. Il suo viaggio si divide tra meraviglie varie, "munnizza" e oggetti con il "brand mafia" e non solo

Le mazze del Duce trovate a Monte Pellegrino - foto Nuzzo

Riceviamo e pubblichiamo:

"Capita nella vita di dover ringraziare la Santuzza. Specialmente in tempi così difficili per i palermitani, le buone notizie, i piccoli successi personali, sono merce rara. E allora può essere utile per lo spirito, per il Karma o solamente per ricordarsi di essere palermitano, ogni tanto, fare una bella acchianata al santuario della patrona. Per la "santuzza" l’anno passato ho avuto l’onore di trascinare il carro, insieme a decine di giovani impegnati a risollevare la città; e quest’anno, in un primo pomeriggio di giugno, complice il bel tempo e la buona compagnia, è partita la spedizione, il pellegrinaggio. Alle falde del monte non è stato possibile rinunciare alla presenza del feticcio palermitano per eccellenza: la munnizza. Immancabile peste metropolitana, la spazzatura è il prezzemolo di Palermo, il vero tratto distintivo del nostro territorio urbano. E allora non ci facciamo neanche più caso, perché se i problemi sono estesi e quotidiani e le soluzioni sono lontane, l’odioso elemento esterno entra a far parte del paesaggio, come se lattine e plastiche fossero definitivamente entrate in ecosistema con le sterpaglie e le piante che si aggrappano alla vita, tra un buco e l’altro nel cemento a perdita d’occhio.

Il cammino non è solitario, più di un gruppetto di palermitani ha deciso come noi di spendere il pomeriggio in questo modo. E questo devo dire è rassicurante. Dopo qualche passo è già arrivato il momento di girarsi a guardare il panorama: la città è li a farsi ammirare; un gioiello inestimabile che visto da lontano sembra camuffare i suoi difetti, anche se facendo maggiore attenzione tornano subito in mente gli sprechi e gli sfregi che questa città ha subito nel famoso sacco di Palermo. Poco dopo eccoci a scontrarci con una installazione artistica di dubbio significato (vedi foto a destra), e così approfittiamo per l’ennesima sosta, e come improvvisati critici d’arte abbozziamo commenti e analisi da profani. Si tratta di una grande croce in legno priva del protagonista, proprio accanto ad una carrozzina abilmente incastrata tra le pale di fico d'india. L’arte è arte e non si mette in discussione. Il tempo di riprendere la marcia e nuova piccola sosta presso l’icona della santa posta da cardinali di altri tempi, con annessa indulgenza in caso di recita dell’Avemaria.croce-acchianata-nuzzo-2

Il tempo ha cancellato gran parte dell'intestazione sul marmo. Qualcuno però col carboncino ha avuto la emergenziale idea di ricalcare il testo: a Palermo conta la sostanza! Riprende il cammino, e si alimenta un piccolo dibattito fra noi tre pellegrini: è il caso di valutare l’impatto turistico potenziale di un percorso di pellegrinaggio monumentale come quello che stiamo percorrendo. Subito ci vengono in mente paragoni difficili col più famoso "cammino di Santiago". Chi di noi c’è stato spiega come la Spagna (si badi bene, non la Germania o la Danimarca) abbia messo a frutto la rete di siti di interesse religioso e culturale, valorizzando questi luoghi, nell’ottica dello sviluppo anche economico delle aree interessate. I pellegrini li possono iscriversi gratuitamente e far parte di una categoria privilegiata di turisti che ha accesso a sconti nei trasporti, nei ristoranti e nelle strutture ricettive. Da centinaia di anni li i paesini interessati hanno grossi introiti direttamente collegati a questo tipo di turismo. E allora la Spagna così vicina sembra distare anni luce dal nostro modo di valorizzare i nostri tesori. Ma parlare e camminare non sono azioni compatibili, specialmente se il cammino è lungo ed in salita: il silenzio allora è la migliore delle cure.

Pochi passi e ci si materializza davanti un piccolo fabbricato di servizio, evidentemente vandalizzato, ed addobbato alla meglio con varie scritte ed avvisi che supplicano pellegrini e non di non mortificare ulteriormente la struttura: occorre essere gentili e disponibili con i devastatori, forse è una ricetta innovativa che porterà i suoi frutti, ma al momento lo stato dei luoghi suggerisce un percorso differente. C’è già chi fra noi chiede quanto manchi alla vetta, e questi sono i primi segni della stanchezza o l’insofferenza per la situazione complessiva. Fino al santuario il cammino è piacevole, interrotto solo alle soste per vedere il panorama mozzafiato: Palermo è ai piedi della "santuzza", ed in un attimo tutti i piccoli difetti scompaiono. Ma il bello deve ancora venire. Arrivati in "piazza", a due passi dalla grotta, troviamo la consueta accoglienza delle bancarelle e del rustico bar. La vendita dei gadget religiosi si accompagna a quella dei gadget odiosi: manganelli con l’icona del duce o del padrino, si pongono ingombranti accanto alle icone votive; non ho mai visto un accostamento più profano e così di cattivo gusto in vita mia; ma si sa che il business viene prima di tutto, specie in una terra che esporta il "brand mafia" in tutto il mondo. Non c’è molto tempo per rimanere sconcertati, perché la meta finale del nostro cammino è a due passi. Ci concediamo solo il tempo per un piccolo ristoro, pagato a carissimo prezzo. Quello che succede dentro la grotta è privato e non verrà tradotto in questa lettera; quello che posso dire è che l’atmosfera della grotta e del santuario accompagnano il nostro animo in un percorso catartico: il nostro dialogo silenzioso con la "santuzza" rimarrà nei nostri intimi pensieri.

All’uscita del santuario, il percorso obbligato ci stimola a fare una capatina al bookshop: anche qui il gusto un po' trash dei gestori ha partorito financo l’amaro della "santuzza", preparato con erbe siciliane presenti anche sul monte. Su questo argomento nasce un piccolo dibattito, la nota positiva però è che il ricavato della vendita dei prodotti, compreso questo ultimo ritrovato alcolico, va in beneficienza. Onestamente meglio l’amaro della "santuzza" che il manganello del Duce! La nostra piccola avventura è quasi giunta al termine; a me fa un po male un piede per via delle scarpe poco adatte. Si è fatto tardi e decidiamo di "scendere" con l’autobus. Nessuno però dei commercianti ha a disposizione biglietti in vendita, siamo allora costretti all’acquisto presso il conducente, che con triste disappunto ci comunica di dover procedere alla maggiorazione di 40 centesimi cadauno, poiché l’acquisto a bordo ha questa politica dei prezzi (n.d.r. l’autista non ha comunque il resto e avanzo ancora 10 centesimi). Sconcertante dover essere costretti a pagare maggiorato il biglietto già più caro d’Italia; ma il viaggio seppur breve merita la maggiorazione (per modo di dire).

Abbiamo giusto il tempo per origliare una conversazione tra l’autista ed una donna disabile che chiede se esistano accessi al santuario per i diversamente abili: la risposta è tristemente scontata. Appena partiti capiamo subito che il percorso stretto ed impervio della strada di ritorno, alla guida di un bus di tutto rispetto, è materia di piloti veri. Ogni tornante è preceduto da un generoso susseguirsi di colpi di clacson, per avvertire chi viene in direzione opposta che occorre fare attenzione. E davvero occorre fare attenzione, perché il bus passa con millimetrica precisione accanto al limite dei tornanti, si destreggia tra le auto che incrocia e, come detto, avverte queste ultime e noi passeggeri degli imminenti tratti delicati. La professionalità, la bravura e la gentilezza dell’autista sono encomiabili. Il viaggio è appena giunto al termine, con un bilancio alterno. Non è stata la mia prima volta al santuario, e non sarà l’ultima. Quanti problemi ha questa città, e quante potenzialità inespresse. Santuzza aiutaci tu! Qui ci vuole un miracolo! Ad ogni modo… W Palermo e Santa Rosalia!"

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