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Rino Foschi - Ansa

Rino Foschi - Ansa

Rino Foschi e la sua vita in rosanero: "Costretto a svuotare l’ufficio di notte, comprerei il Palermo"

Il decano dei dirigenti protagonista a Tuttomercatoweb di una lunga intervista dal sapore malinconico: "La Serie A, l’Europa, la rabbia per essere andato via. Poi il ritorno, l’addio dopo venti giorni e infine l'ennesimo sbarco in tempi difficili. La mia vita è rosanero, tornerei sempre"

Il tempo a volte lenisce ogni dolore e guarisce le ferite, altre volte no. Perché nonostante sia passato un anno dalla parentesi targata Arkus Network, Palermo per Rino Foschi, 73 anni a luglio, è ancora una cicatrice aperta. “Sono stato umiliato, l’età avanza ma ho ancora tanta energia. Tornerei sempre al Palermo, anzi, se potessi lo comprerei. Quella chiamata del monsignore per l'imprecazione…”

Tornare sì, ma dove? Certamente lontano, per il momento, da quei massimi campionati in cui il tandem Foschi-Zamparini riuscì a togliersi tante soddisfazioni: piazzamenti in Europa, sold-out di abbonamenti e plusvalenze da capogiro. Lontano perfino da quella Serie B, che fino a un anno fa stava stretta alla città e che adesso invece sembra quasi un miraggio. Insomma, lontano da quei momenti di gloria dalle mille sfumature rosanero. “La Serie A, l’Europa, la rabbia per essere andato via, poi il ritorno e l’addio dopo venti giorni. E poi l'ennesimo ritorno in tempi più difficili. Quando penso al mio lavoro  - ha detto Rino Foschi a Tuttomercatoweb - penso in rosanero. Anzi, se un giorno dovessi vincere al Super Enalotto la prima cosa che farei sarebbe comprare il Palermo. Certo che tornerei, anche in categorie inferiori – ha poi aggiunto Foschi - la risposta è scontata e d’altronde lo è sempre stata, perché Palermo è un’altra cosa, non ha nulla a che vedere con le altre esperienze lavorative. A livello affettivo mi ha dato tantissimo”. 

Ed è proprio per via di questo legame così solido con la città di Palermo che in fondo lo stesso Foschi si sente tuttora, a distanza di un anno, in debito con la piazza per quel senso di impotenza che ha avvertito nei giorni più bui del club, l’anticamera del fallimento. “Non meritavo di vivere ciò che ho subito, così come non lo meritava la città di Palermo. I Tuttolomondo – confessa - mi licenziarono perché non li volevo. Cercavo una nuova proprietà più solida perché li ho sempre considerati un bluff e poi i fatti mi hanno dato ragione perché il Palermo non si è iscritto al campionato. Lucchesi aveva dichiarato che mi muovevo come un elefante tra i cristalli perché chiedevo perennemente spiegazioni sui soldi che non arrivavano mai. Ho dovuto svuotare il mio ufficio di notte perché dovevano presentare l’allenatore senza coinvolgermi. Un’umiliazione incredibile, a Palermo. Nella mia Palermo. Assurdo”.

Un concentrato di emozioni per Foschi, quando si parla del “suo” Palermo. Ricordi amari, come le sfuriate con Zamparini o l’imprecazione al Ferraris, ma anche dolci, come le tante scoperte e le cessioni di lusso. “Stavo per vendere Amauri alla Juventus – racconta -. Un giorno giocavamo a Napoli, ero in hotel con la squadra e arrivò il Presidente con la copia di Tuttosport secondo cui l'attaccante brasiliano sarebbe andato alla Juventus. Mi tirò il giornale addosso, dicendomi che non avrei mai dovuto venderlo alla Juve. Andai di corsa in camera a fare la valigia, ma poi poi il presidente mi richiamò. Qualcuno, all’interno del Palermo, sghignazzava e non ci credeva. Poi un giorno, senza dire niente a nessuno sono andato a Torino per chiudere. Blanc e Cobolli Gigli mi dissero che ero bravo, ma che per quanto riguarda le trattative non avevo lo stile Juve. Io sono fatto così, sono irascibile, in particolare però mi pento ancora oggi di una sfuriata mi che fece vergognare anche la mia famiglia: a Genova contro la Sampdoria ci tolsero la Champions per un calcio di rigore. Purtroppo – racconta - quando devi uscire dal Ferraris sei costretto ad attraversare il campo e mentre andavo via mi scappò una bestemmia. In più avevo dichiarato che l’arbitro aveva fatto più danni di quelli che avevano lanciato lo scooter a San Siro. Per tutta la settimana seguente a quella partita le tv hanno mandato in onda le immagini di me che bestemmiavo. Mi ha scritto un Monsignore accusandomi di non essere un esempio per i più giovani. Gli risposi che aveva ragione, ma chi era più ‘bestemmiatore’ – conclude -  io o quelli delle tv che ancora mandavano continuamente le immagini?”.

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