Da Borgo Nuovo a Zemanlandia, Miranda story: "Noi figli di nessuno che sognavamo col 4-3-3"

Il difensore palermitano ricorda la carriera accanto al tecnico di Praga dagli inizi nella sua città agli anni della consacrazione a Licata, Foggia e Messina in cui divenne un centrale tra i più forti del panorama italiano

Il Palermo di Zeman: Miranda è tra gli accosciati il terzo da sinistra verso destra

"Ma il tempo sta scadendo ormai, tieni palla dai...il pareggio mai...tu non lo firmerai...Perché non cambi mai il sogno é ancora intatto e tu lo sai": è la coscienza di Zeman secondo Antonello Venditti. Se l'artista romano ci ha scritto un brano sul modo unico di pensare e agire dell'allenatore di Praga Maurizio Miranda - palermitano doc - è stato uno dei formidabili musicisti della band che nel calcio ha suonato una rivoluzione simile al jazz. Miranda è uno dei "figli" adottivi del boemo (Marco Verratti, Ciro Immobile e Lorenzo Insigne avevano i genitori bambini in quegli anni) e ha compiuto il primo giugno 57 anni. 

L'invito di Zeman alla partita del fratello 

Era un altro calcio nel 1976. Non c'erano sponsor o padri facoltosi a portare avanti i ragazzini dell'epoca, quelli senza un cognome pesante i più graditi a Zeman, uno che di farsi condizionare da aiuti economici per "raccomandare" l'undici da mandare in campo sarebbe andato al rogo per eresia. Zeman invece soffiava il fumo delle sue sigarette contro chi aveva idee contrarie al calcio genuino, determinare il futuro di ragazzini per qualche milione di lire è da stupidi a lungo andare sfruttando la furbizia del momento. Così quelli che venivano dalla strada facevano al caso del nipote di Cestmir Vycpalek. Come il tredicenne Maurizio che giocava tra le viuzze di Borgo Nuovo, uno dei quartieri popolari di Palermo, e quando la palla non c'era andava a vedere le partite del fratello Marcello.

"Zeman mi convinse a fare il provino - ricorda Miranda - i campi erano vicini a La Favorita, mi prese, giocai prima con gli allievi e dopo in Primavera, a 18 anni firmai il primo contratto da professionista al Palermo". Il boemo nel 1974 era a capo del settore giovanile rosanero e fece la fortuna negli anni dei ragazzi dai piedi buoni che  non avevano padrini: Maurizio Schillaci, Giacomo Modica, Pippo Romano, il messinese Ciccio La Rosa. Miranda nacque attaccante, un fisico imperioso. "Zeman invece mi volle difensore centrale, in primavera contro il Catania feci tre gol e in quegli anni per via di molti infortunati l'allenatore della prima squadra Mimmo Renna mi fece esordire in Coppa Italia, in campionato prima presenza contro la Sambenedettese". Nel 1983 mentre Zeman lasciava Palermo per Licata con gran parte di quei ragazzini "figli di nessuno" Miranda finì in prestito al Francavilla dove mister Leonardi lo vedeva punta. Fu la retrocessione in C2 ad Alcamo nel 1984-85 a segnare il destino del palermitano di Borgo Nuovo. Dopo i 90 minuti del pareggio in trasferta a Licata Zeman si avvicinò e gli disse: "Se verrai qui a giocare sarai capace di ripetere prestazioni del genere?". Il presidente bianconero Giuseppe Lauria non si oppose alla cessione, tutt'altro. 

A Licata, Istituto superiore con specializzazione Zona 

Così anche Miranda entra a far parte nel 1985 del Licata dei miracoli dove il 4-3-3 era una fede senza tentazioni più che uno schema, lui da centrale doveva portare palla, costruire l'azione fino a centrocampo e in linea con i compagni far scattare il fuorigioco: fu l'ossessione degli avversari, quello che l'Olanda aveva teorizzato e messo in pratica trovò tra Palermo e la provincia agrigentina l'apertura dell'Istituto superiore ad alta specializzazione Zona. "Giocavamo così già nella Primavera del Palermo, con Zeman cambiavamo soltanto la maglietta da indossare, lui voleva che attaccassimo sempre la palla, a lui non interessava subire o segnare 10 gol, dovevamo tenere palla e affondare, correre sempre". Uno spettacolo quel Licata frutto degli insegnamenti tattici presi da altri sport come la pallamano praticata da Zeman agli esordi.

La terra battuta del "Dino Liotta" dove la palla scivolava velocemente non era un problema ma Miranda appena arrivato venne lasciato fuori. "Pesavo 83 chili e mezzo, Zeman voleva che ne perdessi almeno due e quando ci riuscì mi schierò titolare, non giocai le prime cinque". Ma fu con Aldo Cerantola in panchina, altro zonista, che il Licata fece saltare la bilancia della C1 con la promozione tra i cadetti e un girone di ritorno che stese gli avversari. Il primo anno di B Zeman era in panchina a Messina e Totò Schillaci segnò 23 volte, fu l'ultimo di Miranda con i gialloblu perché le galassie di tecnico e difensore trovarono un nuovo allineamento a Foggia dove il mister fumatore e taciturno spiccò il volo e Miranda si confermò un centrale tra i più forti del panorama italiano. 

Salvatore Massimino, "Ma quale taccagno"

In Puglia l'amore durò appena dodici mesi, la società non voleva trattare per un biennale mentre alla porta del difensore bussava da mesi e con insistenza Salvatore Massimino che i due anni di contratto voleva pagarli. "Il presidente mi convocò in albergo a Catania, il costo del cartellino era un miliardo di lire e arrivai a Messina, l'allenatore Peppe Materazzi fu contento della volontà di Massimino, si diceva che Massimino fosse taccagno ma non era vero, non sai i premi partita che pagava a me, a Igor Protti e ad altri, venti milioni se non facevo segnare Edy Bivi che era il più forte attaccante della categoria, terminata la partita faceva staccare l'assegno ai dirigenti". L'anno 1990-91 Massimino che era entrato in dissapori societari con moglie e figli costruì un treno di squadra per un binario diretto in A: Fulvio Bonomi, Giorgio De Trizio, Pasquale Traini, Aldo Dolcetti tra gli acquisti ma se non ci fossero state le ultime giornate con risultati apprezzabili sarebbe stata retrocessione che arrivò l'anno dopo con Mario Colautti prima e Fernando Veneranda dopo.

Miranda fu "tagliato" dal baffuto allenatore: "Mi mise fuori rosa, credette a calunnie sul mio conto, qualcuno gli aveva riferito a inizio stagione che volevo "comandare", che avevo una personalità molto forte, poi quando i Massimino riunirono la squadra per decidere o meno del suo esonero io votai contro, Colautti venne a casa mia a Santa Margherita, mi chiese scusa per avermi tenuto fuori e aver creduto a quelle accuse senza prove pensando che volessi la sua "testa" richiesta da altri che lui pensava vicini...poi ci fu Veneranda che conoscevo dai tempi del Palermo e che delusione essere retrocessi a Modena con 10mila messinesi al seguito". In C1 Miranda e l'amico Raimondo Marino accettarono la categoria inferiore ma in ritiro in una seduta amichevole contro il Siena la rottura dei legamenti. Fu l'inizio della fine da giocatore. Nel 1993 con già il patentino di allenatore il viaggio in Sardegna al Monteponi Iglesias dove ripreso dall'infortunio giocò, fece lo stesso a Bagheria prima di lasciare spazio in difesa al giovane Salvatore Aronica su sua precisa volontà. 

"Crescere i ragazzi di talento? Oggi è solo business"

Miranda ha allenato molto in Sicilia: "Oggi mi dedico particolarmente alle Scuole calcio e ai settori giovanili ma far crescere i ragazzi è diventato un business, non investiamo sul prodotto migliore ma su quello che può fornire risorse economiche immediate e questo non è un bene, pensa che mi chiamò anni fa uno da Barletta e mi chiese se avevo lo sponsor? A miei tempi non succedeva, capisco che nel calcio non girano più i soldi di una volta ma c'è molta incompetenza, non capisco come mai uno come Zeman sia fermo da anni quando con i ragazzi che porta avanti valorizza l'organico, il calcio è competizione, Zeman faceva competere i giocatori senza riguardi per nessuno, ricordate Schillaci a Messina quando segnò 23 gol e litigò con il mister? L'ho detto anche a Totò più volte: solo tu potevi polemizzare con Zeman in quel campionato". A Messina chiacchiera spesso al telefono con Gaetano Beninato e dice: "Per me c'è solo l'Acr e il "Giovanni Celeste", chi vuole fare calcio seriamente sa da dove ripartire". 

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Fonte: MessinaToday

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