Fallimento del vecchio Palermo, il Tribunale federale nazionale: "Non è colpa di Zamparini"

Rigettata la richiesta di deferimento per l'ex presidente dei rosanero e per altri amministratori. Secondo i giudici non c'è stata "alcuna specifica condotta, né attiva né omissiva, che abbia influito in maniera determinante e decisiva al fallimento della società"

Maurizio Zamparini

Il fallimento del Palermo non è stato causato da Maurizio Zamparini: il Tribunale federale nazionale ha rigettato la richiesta di deferimento per l'ex presidente dei rosanero e per gli amministratori susseguitisi nella stagione 2018-19.

Una sentenza diametralmente opposta a quella emessa dalla stessa corte quattordici mesi fa, quando invece era stato ritenuto che l’affaire Alyssa fosse uno dei motivi che hanno portato alla condanna di retrocessione in serie C (poi trasformata in appello in una penalizzazione di 20 punti in serie B). Il deferimento era stato deciso dalla Procura federale in seguito alle indagini sul fallimento dell’Us Città di Palermo, mentre la decisione del rigetto da parte del Tfn era arrivata lo scorso 23 luglio.

Secondo il Tfn "agli odierni deferiti non viene censurata alcuna specifica condotta, né attiva né omissiva, che abbia influito in maniera determinante e decisiva al fallimento della società, e soprattutto alcuna specifica condotta posta a base delle motivazioni della sentenza dichiarativa del fallimento societario o che può essere addotta quale motivazione dominante della predetta statuizione giudiziale”.

Molto importante anche il passaggio delle motivazioni che riguardano la ben nota operazione della cessione del credito vantato nei confronti della società Alyssa, che “non è stata ritenuta sufficiente per la pronuncia di fallimento. Pertanto, la responsabilità non può essere correlata a generici obblighi di posizione ovvero a presunte omissioni in ordine a mancati interventi di ricapitalizzazione ovvero a mancati solleciti in ordine all’effettuazione di siffatti interventi se non vi è la dimostrazione che tali solleciti avrebbero potuto concretamente impedire il fallimento per la presenza di soggetti disposti a porre in essere tali operazioni”.

“In altri termini - si legge sul documento pubblicato dal Tfn - la pur rilevante esposizione debitoria non è stata la causa decisiva che ha portato alla dichiarazione di fallimento, ma ha avuto un ruolo determinante l’attività fraudolenta posta in essere successivamente e non specificatamente contestata nell’atto di deferimento. La mancata contestazione (anche) di tali specifiche e concrete condotte, a parere del Collegio, interrompe il nesso causale e, impedisce una lineare e completa valutazione delle condotte concatenanti e connesse che avrebbero, qualora accertate, concorso alla causazione del fallimento societario”.

Le cause del fallimento dell’Us Città di Palermo, secondo i giudici del Tfn, sono invece da addebitare "all’amministratore in carica nel periodo successivo all’11 agosto 2019 (Flavio Persichini, ndr), che però non rientra nell’elenco dei deferiti. Nominato amministratore unico del Palermo, secondo quanto accertato dai commissari giudiziali, Persichini ha affidato la stesura della proposta di concordato a Struttura srl, società appartenente al gruppo Arkus Network e dunque controllata da Tuttolomondo, ultimo proprietario del vecchio Palermo.

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