Venerdì, 30 Luglio 2021
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La malattia, la disabilità e la rinascita con il ping pong: la storia di Giuseppe, campione in carrozzina

Giuseppe Marchese, 18 anni, dal 2014 vive in sedia a rotelle. Ha trasformato la sua improvvisa condizione in una risorsa grazie allo sport: "Essere disabili significa semplicemente avere diverse abilità e affrontare la vita a testa alta”

Giuseppe Marchese

"La differenza fra handicap e disabilità risiede nel fatto che nel primo caso si tratta di soggetti che hanno qualcosa in meno, essere disabili invece significa avere diverse abilità e vivere a testa alta. Magari non sulle proprie gambe, ma su una carrozzina”. E' la filosofia di vita di Giuseppe Marchese, diciottenne di Bagheria, neo diplomato che dal 2014 vive in sedia a rotelle e che ha trasformato la sua improvvisa condizione in una risorsa diventando un campione di ping pong.

Chissà se il suo sogno da grande – così come moltissimi suoi adolescenti – era quello di diventare un calciatore. Il calcetto, gli amici, le corse e le passeggiate. Tutto normale per un ragazzino o per qualsiasi altra persona. Fino all’età di 14 anni Giuseppe non poteva minimamente immaginare cosa avrebbe dovuto affrontare e quanta forza avrebbe dovuto avere per provare a sorridere sempre e comunque alla vita. “Non sono nato disabile - dice  - fino all’età di 14 anni camminavo e giocavo a calcetto. Dal 2012 ho cominciato ad avvertire qualche dolore alla schiena. Così insieme a mio padre sono andato a fare le prime visite e i primi esami in ospedale. Abbiamo subito capito che la situazione era complessa. A quei dolori – continua –  è stata associata una possibile ‘lisi istmica di l5’, una patologia congenita che con il tempo avrebbe anche potuto evolversi fino allo scivolamento delle vertebre”.

Due anni dopo i primi riscontri Giuseppe deve già sottoporsi al primo intervento. La possibilità di non poter più correre per i campi di calcio diventa giorno dopo giorno sempre più concreta. Abbattersi o piangersi addosso? No. Giuseppe vola a Bologna per cercare una cura. “L’intervento in Emilia – spiega – conferma il problema diagnosticato due anni prima: lisi istmica di l5. Con il passare del tempo inizio a perdere la mobilità dell’arto inferiore e così via nei mesi successivi. Dopo ulteriori controlli mi venne definitivamente diagnosticata una patologia degenerativa, chiamata aracnoidite cronica. Neanche il secondo intervento migliora la situazione: la patologia purtroppo era maggiormente degenerata”.

E’ proprio a questo punto che Giuseppe dà l’ennesimo segnale di forza e determinazione. Rispondendo ancora una volta positivamente alla vita, grazie anche e soprattutto allo sport. Quello stesso mondo a cui aveva dovuto dire "arrivederci" nel 2012 era proprio lì, pronto a tendergli la mano. E' proprio grazie a un tavolo da ping pong che Giuseppe riesce nuovamente a mettersi in carreggiata. Determinanti le sedute a “Villa delle Ginestre”, dove i pazienti con patologie midollari possono integrare terapie e sport. “Comincio - ricorda Giuseppe - il percorso fisioterapeutico nel 2016. Scopro che in questa struttura c’è anche la possibilità di integrare delle sedute sportive così inizio a praticare il ping pong, ottenendo fin da subito ottimi risultati. Disputo anche delle gare e mi classifico al terzo posto. Un risultato che mi incnoraggia, così decido di proseguire su questa strada intensificando gli allenamenti sempre di più. Una volta terminato il ciclo di terapia, lascio il gruppo sportivo della ‘Villa delle Ginestre’ per approdare a una società sportiva. Così posso crescere tecnicamente e partecipare a competizioni ufficiali”.

Per Giuseppe è l’inizio di un nuovo capitolo. Una racchetta, un tavolo da ping pong e un nuovo sorriso. Dopo le prime partite ufficiali e qualche incontro contro i "normodotati", arriva anche il titolo di campione regionale. “Approdo alla società ‘Himera randazzo’ di Termini Imerese avendo così la possibilità di partecipare a campionati ufficiali per la selezione degli atleti paraolimpici. Fino a questo momento ho ottenuto ottimi risultati prima come esordiente, poi con le giovanili con cui ho conquistato il titolo di campione regionale e infine con la categoria juniores con cui invece ho ottenuto il terzo posto a livello provinciale, gareggiando anche contro atleti normodotati. A Verona, invece, ho disputato i campionati Nazionali piazzandomi terzo sia con i giovanili che con gli esordienti. Ho avuto anche l’onore di partecipare alla prima competizione paraolimpica internazionale. Non ho ottenuto medaglie, ma è stata una grandissima esperienza in cui ho potuto incrementare il mio bagaglio tecnico grazie al confronto con atleti più forti di me”.

Un ragazzo catapultato in un nuovo mondo, ma che ha saputo reagire. E adesso si rimprovera per gli atteggiamenti che, nella sua vecchia vita, aveva nei confronti di chi invece sedeva già in sedia a rotelle. “Mi rendo conto soltanto adesso degli sbagli fatti quando ancora non mi era stato diagnosticato il problema. Quel ‘poverino’ quando vedevo un ragazzo disabile, il l senso di commiserazione o l’essermene lavato le mani. Soltanto adesso che sono dall’altra parte della barricata credo di aver compreso. Bisogna rendersi conto che siamo tutti uguali e che dovremmo eliminare ogni possibile pregiudizio tal volta mi sono accorto che gli adolescenti riescono a dimostrare in specifiche situazioni molta più sensibilità degli adulti. Mi rivolgo alla gente che ha avuto problemi simili ai miei: non restate a casa con la paura di uscire o essere visti. Non bisogna assolutamente temere i pregiudizi della gente. Essere disabili – conclude – significa semplicemente avere diverse abilità nell’affrontare vita di ogni giorno. Rigorosamente a testa alta”. 

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