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Venerdì, 20 Maggio 2022
Calcio

L'Europa, le stelle, i 31 allenatori e il fallimento: i 17 anni di Zamparini a Palermo tra amore e odio

L'imprenditore friulano, scomparso oggi a 80 anni, arrivò in città nel 2002 rilevando la società da Sensi. La splendida cavalcata in A con Guidolin, il calcio champagne con le giocate di Pastore, Ilicic e Miccoli. Infine il crepuscolo con la doppia retrocessione in B. Prima osannato e poi fischiato: mai stato facile il rapporto coi tifosi e la stampa

Gloria e oblio, amore e odio, stima e biasimo, lucidità e irrazionalità: nella storia tra Maurizio Zamparini, scomparso questa mattina a 80 anni, e la Palermo calcistica c’è stato tutto e il suo contrario. In principio fu l’afosa estate del 2002. Il Palermo era un giocattolo costoso destinato a morte certa poiché non più mantenibile da chi lo aveva comprato più per ragioni contingenti che non per progettualità: Zamparini un vulcanico mecenate del pallone che cercava una terra dove sviluppare la sua idea di calcio e di impresa che fosse più fertile di come si era rivelata Venezia. Città dell’amore, nel suo caso fino a un certo punto. Una trattativa non semplice, con la concorrenza delle nobili e altrettanto mal messe Genoa e Napoli sullo sfondo, fino al passaggio di consegne con Sensi il 21 luglio: l’inizio di un’era durata quasi diciassette anni.

L’imprenditore friulano si presentò in città con risorse importanti e soprattutto un’idea di grandeur, alla quale Palermo come entità calcistica e come realtà cittadina, non era certo abituata. La Serie A, che per anni a Palermo era stata solamente un ricordo tramandato per mezzo di almanacchi o racconti di chi l’aveva vista, non era più utopia ma un obiettivo, forse persino minimo, considerando una progettualità ad ampio raggio che vedeva come fulcro la realizzazione di un nuovo stadio. Un tema, quest’ultimo, che è stato probabilmente determinante nell’orientare la direzione che il binomio Zamparini-Palermo avrebbe preso in futuro.

In questa storia si possono individuare distintamente due fasi. La prima, felice, cominciata proprio nel 2002, una stagione di apprendistato e conoscenza prima del ritorno in A nel 2003/2004, la conferma di come la musica fosse cambiata. La Primavera calcistica di una Palermo che da lì avrebbe vissuto i suoi anni migliori sedendosi al tavolo dei grandi e non di certo in sordina. Era il Palermo dei grandi investimenti e delle grandi firme e soprattutto capace di mettere timore a chiunque, spinto dalle risorse messe in campo e dal fuoco di una passione popolare che sembrava aver trovato una benzina inesauribile. Quattro qualificazioni in Coppa Uefa/Europa League (più la quinta ottenuta da finalista di Coppa) sono il bilancio finale, per quanto questi traguardi siano stati talvolta, e coerentemente alla storia rosanero, espressione di circostanze che lasciano alle spalle più di qualche rimpianto, ultima la famosa partita spareggio contro la Sampdoria nel 2010, per quello che avrebbe potuto essere l’apice più incredibile: la qualificazione in Champions League.

Veramente tanti i giocatori che in quegli anni sono passati da Palermo facendo grande la squadra e loro stessi. I profeti di provincia come Corini, Zauli e Amauri nonché calciatori che si sono rigenerati dopo anni difficili come Miccoli e Luca Toni che dalla B arrivò a conquistare una nazionale alla quale il Palermo avrebbe dato quattro futuri campioni del mondo, Barzagli, Barone, Zaccardo e Grosso, il più decisivo di tutti. Molto bene, al netto di qualche proverbiale "bidone" dal quale non si sfugge anche con i giocatori stranieri: alcuni si sono espressi solo a sprazzi, su tutti Cavani, poi divenuto grande a Napoli. Particolare la predilezione poi per i fantasisti mancini eversivi, da Pastore e Ilicic passando per Dybala e Vazquez: gli ultimi grandi tandem offensivi rosanero.

Nulla sarebbe stato certo possibile senza un degno alleato dietro la scrivania a coordinare le operazioni. Due su tutti: Rino Foschi, compagno di mille battaglie, demiurgo della consacrazione rosanero e Walter Sabatini colui che avvicinò più di tutti il Palermo ad una dimensione internazionale. Con entrambi ha avuto un legame forte, stretto e a tratti conflittuale ma mai come con gli allenatori. Il primo fu Ezio Glerean, colui che col suo calcio ispirò Paolo Sorrentino nella lavorazione dell'opera prima "L'uomo in più": durò lo spazio di una partita di campionato. Da lì in poi sarebbero passati fino al 2019 altri 30 tecnici, con fortune alterne ed esoneri non risparmiati a nessuno. Non facile coesistere con la personalità vulcanica che fu del patron: Guidolin e Delio Rossi furono quelli che ci riuscirono meglio; l'attuale tecnico rosanero Baldini 18 anni fa proprio non ci riuscì. In mezzo ci sono tanti nomi: alcuni fecero bene come Ballardini e Iachini; altri fallirono pur non da unici responsabili come Delneri e Gasperini. Poi ci sono i carneadi: Gobbo, Bortoluzzi, Bosi, Barros Schelotto, transitati per periodi più o meno brevi in convulse fasi di transizione.

Zamparini stadio Olimpico-2

Molti di questi nomi fanno parte della seconda fase dell'era Zamparini, quella crepuscolare, cominciata proprio dopo quella partita con la Samp: momento da cui il Palermo ha cominciato gradualmente a perdere pezzi. La finale di Coppa Italia persa contro l’Inter, l’ultima fiammata prima di un lento oblio caratterizzato da una continua instabilità gestionale che avrebbe finito con l’assestare colpi che si sarebbero rivelati a lungo termine fatali. Tracce di questo Dark Side erano state a onor del vero evidenti anche in “tempo di pace” con tante scelte avventate ma all’epoca l’entusiasmo era tale che tutto questo era considerato come un fatto contingente e non come un problema. Dal 2010 in poi divennero invece qualcosa di più costante: il motivo per cui ciò sia successo si può ipotizzare ma non decretare con assoluta certezza. La crisi economica globale, l’impossibilità di poter realizzare il progetto stadio, una passione venuta meno dopo anni ruggenti: tutte possibili concause di un declino lento e inesorabile che avrebbe trasformato progressivamente l’idillio tra le parti in un’insofferenza non più occultabile.

Una parabola discendente, quella del Palermo zampariniano, andata idealmente di pari passo con quella della città (o forse solamente con la concreta percezione della stessa) fino al 2019, quando dopo stagioni caratterizzate da scarsi risultati espressione di scelte tecniche infelici, avvicendamenti societari sfociati nel grottesco, vicende giudiziarie e casse sempre più languide, arrivò la fine di quella storia con gli inglesi prima e i Tuttolomondo a traghettare verso gli inferi quel che restava della società. Lo stesso epilogo del 1986: un film già visto che che probabilmente nessuno, nemmeno nei momenti peggiori, si aspettava di dover rivedere in città.

L’imprenditore friulano, che pochi mesi fa avrebbe avuto poi il dolore più grande e tremendo che si possa subire con la perdita del figlio, se ne è andato il giorno del derby tra Palermo e Messina, che fu la prima partita della sua gestione in una sfida di Coppa Italia giocata al Celeste. Di quella lunga parentesi sono rimaste solo le macerie ma sotto le macerie c’è una storia, nella quale sono scritte le pagine più importanti della storia rosanero, pagine che da nulla potranno essere cancellate e che, nemmeno troppo in fondo, tutti i tifosi e appassionati della città ricordano con affetto. Certo, di quelle pagine non può essere nemmeno cancellato l’epilogo ma resta comunque il fatto che l’era Zamparini è stato il momento più alto vissuto dal Palermo e questo non va dimenticato. Prima o poi anzi, bisognerà pure ricordarlo.

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