Aleesami, tanto fumo e niente arrosto: "Al Palermo sigarette anche durante l'intervallo"

Tre stagioni in maglia rosa, 98 presenze, due gol ma soprattutto tanti ricordi infelici. Il terzino norvegese racconta gli anni in Sicilia a un giornale francese: "Volevo andar via dopo sei mesi, in Italia ho visto tante stranezze"

Aleesami in un Palermo-Pescara

“A Palermo neanche il tempo di arrivare e volevo già andare via e i giocatori fumavano, prima dopo e durante le gare”. A parlare al portale francese Get French Football News, è stato un Haitam Aleesami decisamente senza peli sulla lingua, anzi. Il norvegese, 29 anni a luglio, ha parlato senza censura dei suoi anni a Palermo. In tutto 98 partite giocate sotto l’ombra di Monte Pellegrino, due soli gol e qualche assist per i propri compagni. Insomma, nei suoi tre, difficili, anni a Palermo, Aleesami non è certamente riuscito ad entrare nella storia.

Ma per l’attuale giocatore dell’Amiens le colpe di questo suo flop non sono soltanto da attribuire al suo rendimento, ma anche e soprattutto a una gestione scellerata della società e dell’ormai ex patron Zamparini. “Durante il mio primo anno in rosanero – ha raccontato il calciatore norvegese – ricordo che andammo incontro a tre o quattro direttori sportivi e cinque diversi allenatori, il che per uno che fa questo mestiere vuol dire anche cinque diversi staff tecnici con differenti metodologie di lavoro ovviamente. Una situazione poco professionale, sentivo dopo tre anni un bisogno di stabilità. A dire il vero – confessa - volevo andar via dopo la prima stagione, dopo sei mesi non avevo affatto trovato ciò che mi aspettavo”.

Ma c’è un episodio in particolare che è rimasto ben impresso nella mente del calciatore norvegese, avvenuto proprio qualche ora dopo il suo primo approccio con la città. Era il Palermo di Posavec, Nestorovski, Trajkovski, Rispoli, Bentivegna. “Stavamo per affrontare il Marsiglia in amichevole – ha svelato Aleesami – e sia io che i miei compagni di squadra eravamo tutti in hotel. Dopo pranzo, senza fare alcun nome, dico solo che vidi uscire circa otto giocatori in balcone per fumare con gli allenatori seduti a pochi metri da loro. Andai da Hiljemark e gli chiesi se fossero fisioterapisti o tecnici, ma mi disse di no. Anzi, mi diede il benvenuto in Italia e mi aggiunse che mi sarei abituato a scene del genere. Cinque minuti prima di scendere in campo poi c’era sempre lo stesso ragazzo che andava a fumare, ne aveva bisogno. Anche durante l’intervallo, capitava di vedere qualcuno andare a prendere una boccata d’aria. In Norvegia – ha poi concluso Aleesami – o in Spagna o Inghilterra non potresti mai fare una cosa del genere”. 

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