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Hernandez, serve un recupero mentale

L'attaccante uruguaiano s'è fatto male per il terzo autunno consecutivo. Tornerà in campo tra febbraio e aprile. Ma oltre a rimettersi a posto fisicamente deve migliorare anche di testa. Perché le doti tecniche non gli mancano

Dopo tanto tempo si vede un Abel Hernandez sorridente. Non ha appena segnato un gol, è disteso su un letto della clinica Villa Stuart a Roma. E’ felice e fa il segno di vittoria con le mani perché l’intervento per rimettere a posto legamento crociato e menisco della gamba destra, eseguito dal professore Mariani, è andato a buon fine. Si dice che non tutti i mali vengono per nuocere. E questo è forse uno di quei casi. Abel recupererà in quattro massimo sei mesi. Avrà il tempo di pensare. Di decidere se diventare un fuoriclasse (perché i colpi ce li ha o perlomeno ce li aveva) o se precipitare nel dimenticatoio.

MALEDETTO AUTUNNO. Descritto spesso come un amante della bella vita, di sicuro l’uruguaiano non è stato fortunato in questi primi anni in Italia.  E l’autunno non è sicuramente la sua stagione preferita. Nell’ottobre 2009 ha segnato il suo primo gol in serie A, a San Siro, nella sconfitta per 5-3 contro l’Inter. Poi ha pagato pegno: un primo infortunio lo ha tenuto fermo da ottobre 2010 a febbraio 2011, un altro ko lo ha bloccato da novembre 2011 a febbraio 2012. Ora s’è fatto male di nuovo a ottobre.

IL RECUPERO. “Al massimo ci vorranno sei mesi per recuperare” ha scritto la Joya, postando la foto sul web dopo l’operazione a Villa Stuart. “Ma con impegno - ha precisato il professor Mariani - ce la può fare anche in quattro mesi”.  Ma più che il recupero fisico conta quello mentale.

LA JOYA E IL FARAONE. A giugno 2009, Hernandez appena arrivato dall’Uruguay, trascinò i compagni della Primavera alla conquista di uno storico scudetto. Tre mesi più tardi nella finale di Supercoppa, Abel era già in prima squadra e quella stessa Primavera cadde sotto i colpi di un talentino del Genoa di nome El Shaarawy. Oggi Abel dopo tre stagioni altalenanti, si ritrova nel limbo. C’è chi crede ancora in lui, chi lo considera una promessa ormai non mantenuta. Intanto quell’El Shaarawy è l’unica certezza dell’attacco del Milan, seppur sia un Milan sfiorito. La differenza fra il Faraone e la Joya non è tecnica. E’ nella testa. E non nella cresta.

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