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L'acqua vale come oro, ma ad arricchirsi sono in pochi

L'acqua è il vero "oro blu" e solo in Italia genera un business da più di 2 miliardi di euro per le aziende che la imbottigliano lasciando vuote le casse dei comuni che concedono le estrazioni

Nel dossier “Acque in bottiglia, un’imbarazzante storia all’italiana”, Legambiente e Altraeconomia, analizzano quanto l’acqua sia un bene prezioso e come, questa ricchezza, sia economicamente a vantaggio di pochi.
Solo nel 2011, in Italia, il consumo di acqua in bottiglia è aumentato raggiungendo i 188 litri per abitante. Il totale di acqua imbottigliata, nello stesso anno, è stato pari a 12,3 miliardi di litri. Questo business, nel nostro paese, riguarda ben 168 società, che con 304 marchi, fatturano 2,25 miliardi di euro ogni anno.


Come ribadito dal referendum votato dalla maggioranza assoluta degli italiani nel 2011, l’acqua è da considerarsi un bene comune, non potendo esser in alcun caso oggetto esclusivo di profitto. Da ciò, risultano incomprensibili i canoni con i quali le Regioni concedono i diritti di estrazione alle società private, di fatto, svendendo questo ricchissimo bene primario. Canoni che oltretutto variano senza logica tra una regione e l’altra.
Nel 2006 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato un documento di indirizzo, che proponeva tariffe uniformi sul territorio nazionale, sia in funzione agli ettari dati in concessione, sia in base ai volumi di acqua estratti. Nello stesso documento si indicavano i prezzi di riferimento per le concessioni, quantificati in almeno 30 euro per ettaro concesso, e un importo variabile tra 1 e i 2,50 euro per ogni metro cubo imbottigliato. Altro argomento che venne affrontato era stato quello sull’impatto ambientale, che vedeva, e vede tuttora, solo un terzo del 1,2 tonnellate di bottiglie riciclate. Sprechi assurdi, ampliati dal fatto che l’85% delle bottiglie prodotte continuano ad esser trasportate su gomma. In concreto, una bottiglia d’acqua proveniente dalle Alpi compie più di 1000 km di strada per arrivare su una tavola pugliese, con costi di carburante ed emissioni inquinanti ben immaginabili.


Il dossier delle due associazioni, a sette anni dall’approvazione del documento, mostra che tutti i buoni propositi scritti sono rimasti tali. L’unica Regione ad esser stata promossa è il Lazio. La regione della capitale, ha infatti predisposto un triplice canone. Riscuote 65 euro per ogni ettaro dato in concessione, 1 euro per ogni metro cubo estratto e 2,17 euro per ogni metro cubo imbottigliato.  Altre 4 regioni sono state “rimandate” mentre Puglia, Sardegna, Molise, Emilia-Romagna, Liguria e la Provincia autonoma di Bolzano sono state bocciate. In queste ultime non sono state applicate neppure modifiche minime al sistema precedente di quello auspicato nel documento del 2006. Il solo canone che riscuotono è quello della superficie concessa, ma in alcuni casi questa cifra è davvero irrisoria come i soli 5 euro per ettaro richiesti dalla Liguria. I benefici per le società titolari dei diritti di estrazione sono assolutamente vantaggiosi, a tutto danno della comunità, vera titolare del bene. In un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo negli ultimi anni, non è più comprensibile  “regalare” lo sfruttamento di un bene così prezioso.

Per Legambiente e Altreconomia resta fondamentale, non solo, portare il documento ad essere oggetto di un vera legge, ma anche che le amministrazioni incrementino la sensibilizzazione delle famiglie italiane all’utilizzo dell’acqua di rubinetto. A parte la situazione pericolosa di alcuni comuni laziali, ovunque l’acqua presente nelle reti idriche italiane è potabile. In merito, le due associazioni portano avanti da anni la campagna “Imbrocchiamola”, con l’obiettivo di promuovere sempre più nei pubblici esercizi, la fornitura di acqua di rubinetto piuttosto che quella imbottigliata. Con l’utilizzo dell’acqua casalinga, ogni cittadino arriverebbe a risparmiare il 200% rispetto a quanto spende ora per il suo bisogno vitale di bere.         

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