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Un dipendente regionale in smart working: "Lavorato 16 ore al giorno ma siamo stati trattati come dei mostri..."

Redazione

Riceviamo e pubblichiamo

Sono uno di quegli impiegati che si occupano di cassa integrazione in deroga e che espleta l’attività in smart working dal proprio domicilio. E sono pure in là con gli anni, sopra i 50 anni e prossimo, ahimè, ai 60. Non mi sarei mai immaginato, come chiunque di noi, di trovarmi a dover vivere un giorno nel bel mezzo di una pandemia che sta mettendo a rischio tutto, compresa la vita, la nostra vita. Allora è inevitabile redigere un bilancio interiore per fare il punto sul percorso fatto. Sono cresciuto e giunto fin qui con tante certezze che, cammin facendo, ho dovuto, mio malgrado, abbandonare per strada; alcune di queste, comunque, continuano a sostenermi nel mio cammino: il rispetto della legalità quale unico mezzo per una convivenza civile degna di una democrazia moderna con tutte le conseguenze che questa si porta dietro in termini di rispetto per le istituzioni e, in senso sicuramente più ampio, il rispetto per gli altri, siano ricchi, poveri, belli, brutti, neri, gialli, eccetera.

Una delle Regole fondamentali della nostra Comunità, la legge fondamentale, la Costituzione Italiana, all’art. 21 dice che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.” Quanto è importante questo articolo! I Padri Costituenti lo sapevano benissimo; venivano da un periodo storico in cui la manifestazione del pensiero era soggetta al controllo da parte delle autorità, cioè di chi deteneva il potere. La censura messa in atto dal regime con ogni mezzo sino a giungere alla privazione della libertà o della stessa vita di chi scrivesse o mostrasse qualunque cosa non in linea con gli interessi del regime. L’importanza dell’informazione. Era ben chiaro nelle loro menti, nelle idee di chi programmava il futuro della nostra società. Intorno al 20 di marzo di quest’anno, vista la pericolosità del virus e la difficoltà dell’Amministrazione per la quale lavoro nel mantenimento delle misure di sicurezza come il distanziamento sociale, nel rispetto del comma 1 e 2 dell’art. 87 dello stesso DPCM 18 del 17 marzo 2020, molti di noi dipendenti chiesero e ottennero di continuare a svolgere il proprio lavoro, mentre si procedeva a grandi passi verso il “lockdown”, dalla residenza abituale mediante strumenti informatici privati.

Quando intorno alla metà di aprile venni informato dai colleghi in servizio in ufficio della necessità del Centro per l’Impiego di creare una squadra per espletare l’attività connessa alla concessione della Cassa integrazione in deroga, ritenendo che il mio “privilegio” di stipendiato mi obbligasse a fare quanto fosse in mio potere per aiutare gli altri, per alleviare le sofferenze di chi è meno fortunato di me, non esitai un momento nel dare la mia adesione con entusiasmo, anche se mai mi ero mai occupato nel passato di nulla neanche lontanamente simile. Il 20 aprile ricevemmo le prime indicazioni operative e il primo elenco di istanze da esaminare e trasmettere all’Inps per il pagamento di quanto spettante ai lavoratori aventi diritto. Da quel momento ho cominciato a lavorare con entusiasmo, non senza difficoltà ma supplendo con un grande sforzo in termini di impegno, anche 14/16 ore al giorno, con l’unico obiettivo di fare più presto che potevo, per far si che ai lavoratori senza reddito arrivassero i soldi nel più breve tempo possibile. Non mi sognerei mai di paragonarmi ai medici ed ai sanitari tutti in prima linea nella lotta al corona virus ma, in misura sicuramente minore, la piccola trincea di questa guerra che ci vuole tutti dalla stessa parte, era li, davanti a me ed a tutti i colleghi coinvolti. Con il supporto di colleghi più esperti, sono riuscito a portare avanti il mio lavoro nel rispetto di quanto richiesto dal mio ufficio.

Sino ad oggi continuo e continuerò a farlo perché è il mio dovere. Sin da subito le critiche, le minacce di indagini interne, gli insulti, le pressioni sempre più forti; fra tutti ricordo con sdegno un video di un politico di cui non riesco a ricordare il nome, ma non ha nessuna importanza, il nome, che urlandoci contro ci diceva di rientrare in ufficio a fare il nostro dovere invece di stare sul divano a non far nulla. Fra noi colleghi ci dicevamo in chat: qualcuno dovrebbe reagire, dire la verità. Noi, che non smettevamo più di lavorare anche se era il 25 aprile, sabato, domenica, 1 maggio, sera o notte, e continuiamo a farlo, ci dicevamo che qualcuno avrebbe dovuto dire qualcosa per far valere il nostro impegno. Certo avevano ragione i richiedenti a lamentare i ritardi, ma questi, sicuramente, non erano a noi imputabili. Noi siamo i dipendenti di questa Amministrazione.  Quando venne fuori il famoso “pizzino” delle “10 euro a pratica” tutti cademmo dalle nuvole. Nessuno di noi aveva mai chiesto nulla né, tanto meno in tale situazione, si sarebbe mai sognato di chiedere nulla. Nella consapevolezza che in situazione di smart working il contratto vigente impedisce la corresponsione di qualsivoglia salario aggiuntivo e, con l’idea di svolgere una “mission” al servizio dei miei concittadini, ho proseguito nella mia attività. Oggi sono scoraggiato. Perché vedo l’ennesimo video su facebook, questa volta di un noto programma televisivo che, facendo diventare spettacolo un vicenda che dovrebbe solo rattristare tutti noi, sbatte il mostro in prima pagina sicuramente non rendendo un gran servizio alla verità.

Facendo diventare spettacolo e quindi oggetto di lucro, una vicenda che dovrebbe vedere noi dipendenti parte lesa congiuntamente ai lavoratori sospesi delle aziende chiuse. Aizzando chi vive una situazione di sofferenza per la mancanza di reddito contro chi è colpevole di averlo un reddito, sino ad oggi, e si impegna quotidianamente perché questi diritti vengano garantiti, non si fa tesoro di quello che l’art. 21 della Costituzione indica. Quando l’informazione diventa spettacolo, merce, ragione di lucro, la verità si allontana e al suo posto subentra la violenza verbale degli uni contro gli altri, lo scontro sociale e, continuando ad alzare la polvere e il rumore, difficilmente chi ha necessità di sapere come stanno le cose avrà modo di farlo. Quando conosci i fatti e assisti alla rappresentazione di essi sui mezzi di informazione può solo restare una profonda tristezza. Se l’informazione non è corretta cosa ne resta della coscienza e della conoscenza. Nel tutti contro tutti i primi a soccombere sono sempre i più deboli.

Un dipendente del CPI

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