Lunedì, 17 Maggio 2021
Costume e Società

Il Baretto e i baci tra le cabine, quando non c'era il coprifuoco e le notti a Mondello non finivano mai

La bella stagione dei palermitani senza far tardi - tra gelati, raduni di giovani, lunghe passeggiate e schitarrate in spiaggia - davvero può esistere? Le incertezze dettate dal momento attuale ci fanno fare un salto all'indietro intriso di nostalgia

Mondello di sera - foto Hermes Pupella

"Scendi a Mondello?”. L’estate dei palermitani è sempre stata declinata con una preposizione semplice, impropriamente. E non è mai stato un errore. Perché non appena la bella stagione fa il suo ingresso - e qua lo fa molto ma molto presto - a Mondello si scende e a Palermo si sale. Dunque da maggio in poi la discesa di Valdesi è il warm up che segna l’inizio di una gara che comincia di mattina quando in spiaggia ci si va per prendere il sole, mangiare ciambelle, pollanche e “cocco bello” e finisce la sera, quando a Mondello ci si ritorna freschi freschi di doccia che ha tolto via il sale. 

Il coprifuoco dalle 22 alle 5 a Mondello 

Per continuare la lettura di questo articolo devi essere un nostalgico doc. Uno di quelli che, in tempi pesantissimi dove la socialità manca, ha bisogno di 10 minuti di leggerezza. Ora che si parla di un coprifuoco estivo che pone il divieto di uscire da casa a partire dalle 22 e fino alle 5 del mattino, la speranza di ritornare a una vita normale si assottiglia. Dunque questo non vuole essere un invito a una vita spericolata, come cantava Vasco, ma un puro esercizio di memoria che riportandoci indietro ci ricorda che anche se il tempo passa, i ricordi - almeno quelli - no. 

Fatta questa doverosa premessa, si dovrebbe spiegare a chi scrive le leggi - sacrosante, di fronte ad una pandemia e all’emergenza, ai morti, alla paura che questa si è portata dietro - che quando si pensa ad un coprifuoco che inizia alle 22 e finisce alle 5 per i palermitani si concretizza il peggiore degli incubi. Perché un’estate senza la Mondello by night non solo è difficile da immaginare, ma può davvero esistere?

"Cosa ti metti?" 

Alle 22, o giù di lì, nei nostri anni gloriosi eravamo ancora tutti a casa a contemplare l'armadio per scegliere cosa mettere. Solo intorno alla mezzanotte avresti poi trovato proprio lì, a due passi dal mare, ragazze armate di zeppe e borsetta dove o mettevano il cellulare o le chiavi della macchina, a scelta. Si narra che alcune poche fortunate potessero infilarci dentro anche il lucidalabbra. I maschietti invece li riconoscevi da lontano. Indossavano “tappine” dalla suola consumata (tecnicamente delle infradito di gomma di una misura più piccola, tanto che il tallone strisciava per terra, regalate da qualcuno negli anni del liceo e riutilizzate ad ogni cambio stagione), bermuda e polo con colletto rigorosamente alzato. Questa storia del colletto alzato non si è mai capita. A quanto pare, ma non ne sono certa, era ciò che distingueva il fighetto della "Palermobbene" dal “mao mao”, di cui Mondello, di notte, sembrava esser piena.

Le "vasche" da Caflisch a Lattepa 

Una volta scesi a Mondello il copione era lo stesso, da giugno a settembre (settembre era il limite massimo per frequentarla nonostante le belle temperature palermitane avrebbero permesso di andare anche oltre). Valdesi diventava un tappeto di macchine, questo lo si sapeva bene. Per questo a Mondello ci scendi e sfidi anche il traffico, ma se ci scendi in motorino ancora meglio (al ritorno la pedana sarebbe stata invasa dalla sabbia). A quel punto la serata seguiva lo stesso spartito: avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro dal Baretto al Mida fino al Mida2, poi Lattepa e infine Caflisch che, sebbene abbia cambiato infinite gestioni e altrettanti nomi, per tutti è rimasto Caflisch.

L’obiettivo di questo andirivieni, in fondo, è sempre stato uno: vedere chi c’era anche se alla fine non c’era mai nessuno. Una passeggiata spensierata, dove più gente incontravi, più gente bazzicava qua e là, più la serata era riuscita. Durante queste vasche - in letteratura qualcuno le ha appunto definite così - le persone tenevano in mano cocktail annacquati (di solito mojito) con cannucce mangiucchiate o frappè all’improbabile gusto banana comprati al Baretto. Perché scambiare quattro chiacchiere con la signora Clelia, da sempre alla cassa del Baretto con la sua sigaretta, era d’obbligo.

Il baretto con la "u" 

Alcuni preferivano Lattepa per una buona brioche con gelato, meglio se col “tuppo” da mangiare per ultimo ma soprattutto da difendere da chi non ordinava nulla e alla fine voleva il tuo. Il Baretto però era il Baretto. Un posto che ha vissuto di vita propria, diventando negli anni non un semplice chiosco posizionato strategicamente bene, proprio al centro della piazza di Valdesi, ma un vero e proprio mausoleo intorno al quale tutti avrebbero costruito la propria estate. “Vai al barettu?”, declinato con la “u”, era la frase tipica di chi voleva fare il verso agli studenti dei licei “in” della città che per darsi appuntamento non indicavano semplicemente quel barettino d'asporto con a malapena due tavoli e quattro sedie a una manciata di passi dal mare, ma un intero lembo di terra lungo un paio di chilometri intorno al quale far girare una notte intera.

Gli amori nati alle "capanne" 

La notte a Mondello continuava frenetica in questo incessante avanti e indietro interrotto solo dalla chiusura dei locali. Molti a quel punto avrebbero raggiunto le più vicine discoteche estive - dalla Baia del Corallo al Moro, fino alla Compagnia della Vela e così via - o qualche spiaggia nascosta tra l'Addaura, Vergine Maria e l'Arenella per una schitarrata. Molti altri, però, avrebbero proseguito nel segno di una tradizione che ha segnato non solo le ultime generazioni, ma anche quella dei sessantenni di oggi. Così alle "capanne" (sì, si chiamano cabine da quando la società Italo-Belga le ha pensate, ma per i palermitani saranno sempre e solo capanne) bastavano una chitarra, quattro birre, qualche telo e un po’ di sana allegria. Dentro, intorno e addirittura sopra a quelle capanne si cantava, si beveva e ci si baciava fino a notte fonda. Non importa se fighetti o “mao mao”. Perché alle 5 del mattino nessuno si era ancora "arricampato" a casa. 

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