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Imprese fuori dal servizio pubblico di gestione dei rifiuti? "Così la Tari aumenterà"

A lanciare l'allarme è il ragioniere generale nella relazione sul bilancio di previsione 2021. Il nuovo Codice dell'Ambiente consentirebbe alle utenze non domestiche di rivolgersi a privati per riciclare l'immondizia. "Conti del Comune a rischio e tariffe più alte per le famiglie"

C'è un comma all'interno del nuovo Codice dell'Ambiente che consente alle utenze non domestiche di uscire dal servizio pubblico di gestione e raccolta dei rifiuti. Una modifica della normativa che "rischia di minare irrimediabilmente, in assenza di misure correttive compensative, le fondamenta del bilancio del Comune". A lanciare l'allarme è il ragioniere generale Paolo Bohuslav Basile nella relazione istruttoria del bilancio di previsione 2021. 

Il comma 2-bis dell’articolo 198 del decreto legislativo 116 del 2020 (ovvero il nuovo Codice dell'Ambiente) dispone che "le utenze non domestiche possono conferire al di fuori del servizio pubblico i propri rifiuti urbani previa dimostrazione di averli avviati al recupero mediante attestazione rilasciata dal soggetto che effettua l'attività di recupero dei rifiuti stessi. Tali rifiuti sono computati ai fini del raggiungimento degli obiettivi di riciclaggio dei rifiuti urbani". Inoltre, le attività industriali vengono escluse dal perimetro di produzione di rifiuti urbani. Per utenze non domestiche, come noto, s'intendono le imprese. Che, con questa norma, potrebbero avvalersi della possibilità di rivolgersi a privati per riciclare i rifiuti prodotti. Con "riflessi economici sul bilancio incalcolabili", scrive il ragioniere generale, per la "mancata corresponsione di tutto il prelievo sui rifiuti, tanto della parte variabile che della quota fissa".

L'Anci ha chiesto al ministero dell'Ambiente una verifica sull'interpretazione effettiva della legge ("Poco chiara e totalmente priva di una disciplina di dettaglio") che, se venisse confermata, avrebbe una ricaduta anche sulle famiglie. Ma non solo. Il perché lo spiega Basile in modo chiarissimo nella sua relazione: "L'applicazione della normativa si tradurrà, a parità di costi dello smaltimento, in un inevitabile incremento del prelievo tributario a carico delle famiglie e delle piccole attività che non volessero avvalersi della facoltà di uscire dal servizio pubblico di gestione dei rifiuti". In sintesi: aumenti della Tari per tutte le utenze che resterebbero in capo alla Rap.

Una prima interpretazione fornita dallo stesso ragioniere "porterebbe a ritenere che comunque l'utenza 'uscente' resti tenuta al pagamento della quota fissa del servizio, in tal modo riconoscendo il carattere di servizio generale associato a tale quota e minimizzando il rischio di un aumento incontrollato delle tariffe sulle altre categorie di utenza". La certezza della legge è però indispensabile al Comune per "assicurare una gestione ordinata e omogenea del servizio pubblico di raccolta dei rifiuti" e determinare le tariffe della Tari. L'uscita dal servizio pubblico infatti, aggiunge Basile, "potrebbe riguardare un consistente numero di aziende, con l’effetto di una riduzione immediata del gettito tariffario a fronte di costi del servizio che nella costruzione del Pef rimarranno invariati".

"In assenza di interventi ministeriali, si crea uno sfasamento tra entrate e costi che andrà ad impattare significativamente sulle tariffe delle utenze domestiche e delle piccole attività, in una dimensione che ad oggi non è stimabile poiché dipende da una serie di variabili non conoscibili nell’immediato" conclude Basile, secondo cui di questa "novità, soprattutto nell’attuale perdurante situazione di crisi pandemica, proprio non si sentiva il bisogno". 

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