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Sciolto per mafia il Comune di Corleone

La decisione è stata assunta dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell'Interno Angelino Alfano. Il "caso" era esploso a gennaio, quando il Viminale aveva disposto un accesso negli uffici

Su proposta del ministro dell'Interno Angelino Alfano, il Consiglio dei ministri ha sciolto per mafia il Comune di Corleone. "Il presidente della Regione Siciliana Crocetta, invitato a partecipare a norma dello Statuto speciale della Sicilia ma nell’impossibilità di partecipare, ha comunicato il proprio assenso allo scioglimento di Corleone", recita la nota del Consiglio dei ministri.

Il "caso" della cittadina alle porte di Palermo era esploso a gennaio, quando il Viminale aveva disposto un accesso negli uffici. A rendere nota l'ispezione era stato lo stesso Alfano dopo una riunione con i prefetti della Sicilia. "L’accesso - aveva spiegato - è una verifica sullo stato della situazione. E' una decisione di queste ore ed è in corso di notifica. Quando si determineranno gli esiti dell’accesso compiremo una scelta”. "L'accesso - aveva poi spiegato lo stesso sindaco Leoluchina Savona - riguardava l'assegnazione di alcuni appalti come quello relativo alla costruzione di un impianto polivalente nei pressi del campo sportivo". La gara finì all'attenzione della Procura di Palermo.

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Pochi giorni dopo la Savona era stata ascoltata dalla commissione regionale antimafia. "Avrò peccato di leggerezza, inesperienza, di qualche sbavatura - aveva detto - ma non posso essere considerata vicina ad ambienti mafiosi. Rinnegherei il nome che porto e mi dissocerei dalla mia stessa famiglia se mio fratello fosse coinvolto in qualche organizzazione".

Sullo sfondo della decisione del Cdm c'è l'inchiesta condotta dai carabinieri su Antonino Di Marco, ex impiegato comunale e custode del campo sportivo. Arrestato (e condannato dal gup a 12 anni ndr.) perchè ritenuto "un punto di riferimento per il mandamento mafioso di Corleone e gestiva anche i rapporti con il clan di Palazzo Adriano".  Di Marco in alcune intercettazioni avrebbe fatto riferimento alla possibilità di fare pressioni presso gli uffici comunali per pilotare i lavori. "Nessuno immaginava - osservò allora il sindaco - che questo dipendente comunale potesse essere colluso". Ma nel fascicolo della dda finì anche il fratello del primo cittadino, Giovanni Savona. Il capo famiglia di Chiusa Sclafani, Vincenzo Pellitteri, non sapendo di essere intercettato, diceva è "un grande amico nostro, solo che lui è allacciato con Mario". Dove Mario era Mario Grizzaffi, fedelissimo di Totò Riina e fratello del boss Giovanni.

A questo si aggiunge un altro episodio. Lo scorso mese di giugno il corteo con la vara di San Giovanni Evangelista avrebbe fatto una sosta proprio davanti a casa Riina. L'inchino, da più parti smentito, era comunque finito al vaglio degli inquirenti e aveva generato feroci polemiche.

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LE REAZIONI
GIUSEPPE LUMIA (PD) - "Lo scioglimento del comune di Corleone è un fatto grave e doloroso. La responsabilità di chi ha riportato Cosa nostra a colludere con l'attività amministrativa è imperdonabile". Lo dice il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia. "Dopo le stragi del '92/'93 - aggiunge - Corleone ha fatto un cammino, al di là delle appartenenze, di reale liberazione dalla cultura mafiosa, di crescita sociale, civile ed economica. Ci sono stati momenti in cui l'opinione pubblica ha applaudito Corleone. La presenza di tre Presidenti della Repubblica ne sono una reale e significativa testimonianza". "Le famiglie dei Grizzaffi, Gariffo, Lo Bue, Di Miceli, Spatafora legate ai Riina, Provenzano e Bagarella - continua Lumia - non pensino di strumentalizzare questo momento di difficoltà". "Adesso - conclude Lumia - la risposta che bisogna dare deve essere rigorosa e democratica. Bisogna riprendere con più energia e impegno il cammino interrotto. Lo Stato vada oltre l'approccio burocratico al commissariamento. La comunità di Corleone sia messa nelle condizioni di reagire per continuare a costruire la legalià e lo sviluppo".

FRANCESCA CHIAVACCI (ARCI) - E' una notizia che non ci sorprende e che certamente ci preoccupa. La decisione del Consiglio dei Ministri impone molte riflessioni sulle azioni di tanti, ma non di tutti. Occorre che sia fatta subito chiarezza sulle responsabilità dell’amministrazione". Lo dichiarano il presidente nazionale Arci Francesca Chiavacci e il presidente di Arci Sicilia Salvo Lipari. "Da anni - aggiungono - l’Arci con la cooperativa Lavoro e non solo opera sul territorio con i campi di volontariato sui terreni confiscati alla mafia. Un lavoro straordinario in un territorio storicamente difficile che cerca, comunque, il riscatto, soprattutto nelle nuove generazioni. In questi anni la Cooperativa ha ospitato centinaia di ragazzi, organizzato eventi, è riuscita a trovare un ruolo nel territorio raccontando la mafia e sperimentando pratiche di legalità democratica. Adesso è chiaro che gli sforzi vanno raddoppiati per non perdere quanto finora conquistato con fatica e determinazione”. 

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