Rosario Crocetta, una vita in trincea contro la mafia

L'impegno antimafia è stato sempre il marchio dell'attività politica dell'ex sindaco di Gela. Nel suo ufficio campeggiava un cartello: "Non si accettano raccomandazioni". Dal 2003 vive sotto scorta

Rosario Crocetta con una maglietta di Falcone e Borsellino @Tm News-Infophoto

E' entrato in consiglio comunale a Gela con i Verdi e poi è divenuto assessore dal '96 al 2001 nella giunta Gallo. Celebre una sua frase quando era assessore alla Cultura. Fece affiggere alla porta del suo ufficio un cartello con la scritta "Non si accettano raccomandazioni". Nel 2002 si candidò per la prima volta a sindaco di Gela e perse per appena cento voti contro Giovanni Scaglione, del centrodestra. Fece ricorso al Cga e l'11 marzo del 2003 fu proclamato dal Consiglio di Giustizia Amministrativa sindaco di Gela. Primo sindaco gay dichiarato in Italia. Alle successive amministrative fu rieletto con plebiscito. Poi il salto all'Europarlamento.

Dal 2003 Crocetta vive sotto scorta, da quando da un palco di piazza Umberto a Gela affermò che la sua priorità era la lotta alla mafia. Attaccò a muso duro la famiglia Emmanuello, a capo di Cosa nostra di Gela, e licenziò dal Comune Virginia Di fede, moglie del boss Daniele Emmanuello, a capo dell'omonima cosca prima di morire durante un conflitto a fuoco con la polizia. Da allora Crocetta vive in una sorta di bunker, a due passi dal quartiere "Bronx" di Gela, in una palazzina realizzata con i fondi destinati all'edilizia popolare.

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Durante la sua sindacatura, Crocetta introdusse i protocolli antimafia con le gare d'appalto che dovevano essere aggiudicate alla presenza delle forze dell'ordine. Ha fatto della legalità il suo cavallo di battaglia anche quando promosse al Comune, nella notte di "San Lorenzo" la rotazione
dei dirigenti per cacciare alcuni capi-settore che decidevano a chi aggiudicare i lavori pubblici e la manutenzione delle opere da realizzare a Gela.

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