Coronavirus, dalle ordinanze per il consenso ai dati sbagliati: in Sicilia i conti non tornano

Dopo l'ultimo colpo di scena (i positivi sull'Isola non sono 805 ma 153), serpeggiano i dubbi sull'effettiva correttezza dei contagi totali e sulle modalità con le quali sono state prese le decisioni. Dall'attesa per i tamponi a chi era costretto in casa ai dati chiesti e mai avuti su Palermo

Il governatore Musumeci con l'assessore alla Salute Ruggero Razza

E meno male che in Sicilia i numeri non sono stati quelli della Lombardia. Chissà come sarebbe finita... L'ultimo colpo di scena sul fronte Coronavirus è datato giovedì 18 giugno, ore 20.38. Alle redazioni di tutti i giornali è arrivata una mail dalla Regione. Oggetto: "Completato allineamento dei dati, Sicilia a un passo da territorio Covid free". In parole povere: abbiamo scherzato. I malati attuali non sono 805 (come scritto nell'ultimo bollettino ufficiale di mercoledì) ma 153. Una sforbiciata di 652 unità agli attuali positivi. Un errore - secondo la spiegazione di Palazzo D'Orleans - dovuto "al doppio conteggio di alcuni pazienti in fase iniziale e al mancato censimento di una parte dei guariti durante l'emergenza". 

In pratica una risposta (finalmente) a tutto ciò che in tanti si chiedevano da tempo: ma com'è possibile che sull'Isola si guarisce a tempo di lumaca rispetto al resto d'Italia? Da un mese i contagi sono nell'ordine di uno o due al giorno, come potevano esserci ancora 800 positivi? Come i lettori, ce lo siamo chiesti anche noi come giornale. Che ogni giorno vi diamo conto della situazione epidemiologica sull'Isola. E chiedere lumi a chi di dovere non è stato mai molto facile: sin dall'inizio dell'emergenza. Per arrivare alla svolta c'è voluto che il direttore dell’Unità operativa Malattie infettive al Garibaldi di Catania e membro del comitato scientifico regionale, Bruno Cacopardo, sollevasse il dubbio. 

M5S: "Prova della gestione fallimentare della pandemia"

Eppure che la gestione dei malati (o sospetti tali) in isolamento domiciliare fosse non proprio impeccabile era chiaro da tempo. In redazione ci sono arrivate decine di segnalazioni di cittadini costretti in quarantena in attesa di un tampone. Persone, poi risultate negative, che hanno aspettato anche 40/50 giorni, prima di poter uscire da casa. 

Ma questo sugli attuali positivi è solo l'ultimo di una serie di errori commessi - a nostro avviso - da Musumeci, Razza & co. Sin dall'inizio è stata creata una sorta di cortina di ferro tra l'Unità di crisi e la stampa. Dileggiata proprio oggi dall'assessore alla Salute che ha postato su Facebook la foto di un gregge accompagnata dalla scritta: "I nemici ra cuntintizza" si avviano in redazione.

Razza-11 

Gli unici deputati a parlare erano appunto gli assessori e il Governatore, protagonista di diverse ospitate in tv. Poi c'erano i comunicati. Guai a chiedere qualcosa in più. Più volte abbiamo scritto su queste pagine il perché non si sia mai fornito il dato della curva epidemiologica relativo al solo comune di Palermo. A emergenza quasi terminata non si conosce l'impatto del Covid nella quinta città d'Italia. Ma solo della provincia. Cosa che invece avviene regolarmente nelle altre Regioni, che hanno numeri estremamente più alti. A Roma, tanto per fare un esempio, non solo si conoscono i dati cittadini, ma anche quelli quartiere per quartiere. Qui l'unico dato, parziale, l'ha dato il sindaco Orlando qualche giorno fa: "In tre mesi a Palermo ci sono stati 16 morti".

A questo punto c'è da chiedersi se anche il totale dei casi sia esatto o meno. Il dubbio è legittimo anche se la Regione si è affrettata a dire che "il numero dei contagiati totali resta corretto". Come è anche opportuno chiedersi: Musumeci nel prendere le sue decisioni nella Fase 2 e poi nella Fase 3 su quali dati si è basato? Perché ovviamente un conto è sapere che ci sono 800 positivi, un altro è se sono 153. 

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Sulle ordinanze del Governatore poi (errori e precisazioni frettolose a parte, vedi caso mascherine obbligatorie all'aperto) c'è anche il sospetto che molte siano state prese per motivi squisitamente politici. Quando Conte a marzo in pieno lockdown firmava i famosi dpcm, lui emanava ordinanza ancora più restrittive (dalla chiusura dei supermercati la domenica al divieto delle passeggiate per i bambini). Quando invece si è entrati nella Fase 2 ha contestato le decisioni del Governo chiedendo misure più soft per la Sicilia. Eppure sull'Isola l'impatto del Coronavirus non è mai stato così forte come nelle regioni del Nord. Ma se i siciliani a marzo avevano paura, a fine aprile ne avevano un po' meno. E volevano tornare a uscire e a lavorare. Insomma, secondo noi l'umore del "popolo" ha pesato. E la prova sta nel fatto che la popolarità di Musumeci, ai minimi prima dell'emergenza, è schizzata in alto. 

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