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Movimento 5 Stelle e il caso firme false: chiesto rinvio a giudizio per 14 indagati

La procura contesta a 11 indagati di aver falsificato materialmente le firme. Al cancelliere del tribunale Scarpello, in concorso con Francesco Menallo, di aver dichiarato il falso. A Nuti, candidato alle elezioni del 2012, di aver usato le sottoscrizioni ricopiate

La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per i 14 indagati nell'indagine per le firme false depositate dal Movimento Cinque Stelle a sostegno delle liste per le amministrative del 2012. Tra loro, i deputati nazionali Riccardo Nuti, Claudia Mannino e Giulia di Vita, i due deputati regionali Giorgio Ciaccio e Claudia La Rocca e il cancelliere del tribunale Giovanni Scarpello. Dovranno rispondere, a vario titolo, delle accuse di falso e violazione di una legge regionale del 1960 che recepisce il Testo unico nazionale in materia elettorale. L'articolo 90 del Testo unico punisce con la reclusione da due a cinque anni, "chiunque forma falsamente, in tutto o in parte, liste di elettori o di candidati o altri atti dal Testo Unico destinati alle operazioni elettorali, o altera uno di tali atti veri oppure sostituisce, sopprime o distrugge in tutto o in parte uno degli atti medesimi". 

Nel dettaglio, il procuratore aggiunto Dino Petralia e il sostituto Claudia Ferrari, contestano a 11 indagati di aver materialmente falsificato le firme. A Nuti, ai tempi candidato a sindaco, si imputa, di avere usato le sottoscrizioni ricopiate. Non c'è infatti la prova della commissione del falso materiale. Per il cancelliere l'accusa è di avere dichiarato il falso affermando che erano state apposte in sua presenza firme che invece gli sarebbero state consegnate dai 5 Stelle. Reato di cui risponde in concorso con Francesco Menallo, avvocato ed ex attivista grillino che consegnò materialmente le firme al pubblico ufficiale per l'autenticazione.

Gli undici indagati per il falso materiale sono Busalacchi, Di Vita, Mannino, Alice Pantaleone, Stefano Paradiso, Riccardo Ricciardi, Pietro Salvino, Tony Ferrara, Giuseppe Ippolito, Giorgio Ciaccio e Claudia La Rocca. “Apprendiamo dalla stampa - affermano i deputati indagati Riccardo Nuti, Giulia Di Vita e Claudia Mannino - della richiesta di rinviarci a giudizio nel procedimento penale sulle firme per le ultime comunali di Palermo. Attenderemo la notificazione della richiesta, poi a Roma terremo una conferenza stampa in cui racconteremo che cosa abbiamo detto ai magistrati e le novità di peso che abbiamo fatto emergere nell'interrogatorio sostenuto di recente. Ci è chiaro - proseguono i deputati - il tentativo di levarci politicamente di mezzo per avere campo libero, attraverso una montatura ben organizzata che, salvo ripensamento del Gup, i magistrati avranno modo di smascherare nel processo penale. Fino ad oggi abbiamo subito in silenzio menzogne e insinuazioni, sia sulla scelta di sottoporci a interrogatorio una volta apprese le accuse a nostro carico, sia sulla scelta di rilasciare il saggio grafico in un secondo tempo. Le tesi accusatorie si fondano sulle testimonianze di Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, le quali, avendone già dimostrato l'inattendibilità per marcate incongruenze, dovranno reggere nel processo. Abbiamo fiducia nella Giustizia - concludono - e siamo certi di poter provare la nostra innocenza e i nostri tentativi di contrastare assalti mirati al gruppo politico palermitano. A riguardo daremo i particolari nella conferenza stampa dei prossimi giorni".

L'inchiesta è stata riaperta dopo un servizio della trasmissione televisiva Le Iene. In poche ore i pentastellati palermitani avrebbero raccolto 1.200 firme per presentare la lista alle elezioni. Firme che però risulterebbero essere state autenticate a marzo. Secondo la procura, Nuti e un gruppo ristretto di attivisti si sarebbero accorti che per un errore di compilazione le firme raccolte erano inutilizzabili ed era quindi a rischio la presentazione delle candidature. Avrebbero deciso di ricopiare dalle originali le sottoscrizioni ricevute e corretto il vizio di forma.

Dall'indagine è emerso che in molti nel movimento sapevano. E' stata la parlamentare regionale Claudia La Rocca a presentarsi spontaneamente davanti ai magistrati  per raccontare la propria versione dei fatti. Una "mossa" che ha scatenato le ire dei colleghi portando a una "faida" senza esclusione di colpi. I "rivali" hanno poi accusato la stessa La Rocca e dipingendola in un esposto come "manovrata" dal suo legale Ugo Forello, oggi candidato sindaco. 

“La posizione garantista del Pd non cambia, né cambierà mai dinnanzi ad alcuno - commenta il segretario provinciale del Partito democratico di Palermo Carmelo Miceli -. “Tuttavia, non possiamo che rilevare come la presunzione di superiorità morale e legalitaria di taluni sia finita per scontrarsi con una realtà dei fatti che racconta tutt'altra storia”.

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