Mercoledì, 20 Ottobre 2021
Politica

Il giorno di Falcone, Mattarella: "Istituzioni contrastino collusioni e infiltrazioni mafiose"

Il capo dello Stato è stato accolto da un lungo applauso al suo arrivo nell'aula bunker del carcere Ucciardone, che ospita le celebrazioni in ricordo del giudice Falcone e delle vittime di mafia

"Quello della prevenzione e della repressione, affidate alla Magistratura e alle Forze dell'ordine in assoluto, è il primo elemento di efficace contrasto contro qualunque forma di criminalità organizzata. Devono esservi affiancate istituzioni politiche e amministrative trasparenti ed efficienti, che rifiutino, contrastino e denuncino ogni collusione o infiltrazione. Un'azione, della scuola e di ogni altra realtà educativa, di formazione delle coscienze per la legalità, il rispetto degli altri e la libertà della convivenza. Una condizione di alta occupazione, perchè un tessuto sociale sereno e solido resiste meglio a pressioni e influenze criminali". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Palermo per partecipare alle manifestazioni organizzate per il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci.

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Il capo dello Stato è stato accolto da un lungo applauso al suo arrivo nell'aula bunker del carcere Ucciardone. Il luogo che ospitò il maxiprocesso a Cosa nostra è infatti lo stesso scelto, da anni ormai, per rendere omaggio al giudice Falcone e alle vittime di mafia. Decine di bambini provenienti da tutta Italia, alla vista di Sergio Mattarella, hanno sventolato bandierine tricolori, esposto striscioni dedicati alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, scandendo più volte la parola "presidente". Mattarella si è fermato alcuni istanti per salutare i ragazzi e poi ha varcato l'ingresso dell'aula.  (L'ARRIVO DI MATTARELLA IN AULA BUNKER  - VIDEO)

Tra le figure istituzionali anche il presidente del Senato Piero Grasso, il ministro dell'Interno Marco Minniti, il capo della Polizia Franco Gabrielli e il questore Renato Cortese. Oltre ai massimi vertici di polizia, carabinieri, Guardia di finanza e Dia, presenti il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi, il neo nominato procuratore di Messina Maurizio De Lucia, Alfredo Morvillo (fratello di Francesca, moglie di Giovanni Falcone) attuale procuratore a Termini Imerese in attesa di insediarsi a Trapani; il presidente del tribunale di Palermo Salvatore Di Vitale e il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. C'è pure l'ex Pm del maxiprocesso Giuseppe Ayala.

Già ieri, in occasione della seduta del Csm, Mattarella aveva invitato tutti a non rendere le manifestazioni in memoria delle vittime "solo un rito", facendone invece occasione di crescita e riflessione. "Il ricordo di quei giorni lontani di Palermo, così drammatici, così cupi e così segnati da tanta violenza e tanto dolore, permane pienamente vivido, in Italia e nel mondo. E provoca tuttora - ha sottolineato - orrore e coinvolgimento, non soltanto in chi li subì personalmente o in chi li visse da vicino. Con l'assassinio di Falcone e quello di Borsellino, già allora considerati da tanti - non soltanto in Italia - simbolo e riferimento nella lotta a Cosa nostra, sembrava che, insieme al dolore, prevalesse lo scoramento. Che il sacrificio di tante persone, cadute nella lunga lotta alla mafia, si rivelasse inutile. Che la mafia, piegata e sconfitta nel Maxiprocesso, si fosse rialzata, prendendosi la rivincita e, con essa, il suo perverso potere. Ma la paura e la sfiducia non hanno avuto la prevalenza. La società civile, a partire da quella siciliana, ha acquisito, da quei giorni, una consapevolezza e una capacità di reazione crescenti; e destinate a consolidarsi nel tempo".

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"La memoria di persone come Falcone e Borsellino - ha aggiunto - continua ad accompagnarci. Il loro sacrificio viene, ovunque, ricordato con commozione; e il senso del loro impegno viene trasmesso e assunto in maniera condivisa, soprattutto da tanti giovani, giorno dopo giorno. Anche per le istituzioni è necessario non limitarsi al dolore e al ricordo. Non era questa la visione di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Non hanno vissuto e lottato per questo. Ma per realizzare, e sollecitare, un impegno operativo, concreto, ininterrotto, contro l'attività e la presenza della mafia. Falcone e Borsellino, siciliani, profondi conoscitori della realtà della loro terra, rifiutavano e respingevano la concezione, falsamente mitizzata e, insieme, rassegnata, dell'invincibilità della mafia e della sua impenetrabilità. Quasi che essa fosse, in qualche modo, connaturata alla storia, alla mentalità e, in definitiva, al destino della Sicilia".

Il Presidente ha citato gli stessi giudici: "Tante volte, nei discorsi e negli scritti di Falcone e di Borsellino, nei loro ricordi, traspare l'amore, la tristezza e il desiderio di riscatto per la loro Isola. Così Paolo Borsellino ricordò l'amico subito dopo la sua morte: 'Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l'estremo pericolo che egli correva. Perché non è fuggito? Per amore verso la sua terra'. Borsellino parlava di Falcone, ma, condividendone impegno e motivazioni, parlava anche di sé. Condivisero tanto: l'impegno, l'amicizia, la professione, gli ideali, il pericolo. Condivisero anche amarezze, attacchi ingiusti, critiche immotivate, invidie e ostacoli. Condivisero anche il rifiuto della rassegnazione. Non aspettavano, fatalisticamente, che arrivasse qualcuno dall'esterno, capace di liberare la Sicilia della presenza della mafia. Falcone, Borsellino e tanti altri a quella presenza hanno inferto colpi e sconfitte fondamentali. Con risultati di grande efficacia. Il Maxiprocesso, condotto magistralmente, sulla base delle intuizioni e del lavoro di Giovanni Falcone, ha costituito una svolta radicale nella guerra dello Stato contro Cosa Nostra. Sul banco degli accusati finirono non soltanto singoli gregari, ma l'intero mondo della mafia. Le rivelazioni dei "collaboranti", gestiti, con sagacia e fermezza, svelavano organigrammi, regole, codici e linguaggi, sfatando il mito dell'impenetrabilità dell'organizzazione mafiosa. Con quella sequela di condanne, la mafia perdeva, inoltre, quella pretesa di invincibilità che aveva sempre rappresentato uno dei suoi capisaldi. Il risultato, così importante, del Maxiprocesso non fu dovuto a una concomitanza di circostanze favorevoli. Ma all'impegno, alla determinazione, al coraggio anzitutto dei suoi ideatori; e di chi lo condusse. Esso era il risultato di un metodo innovativo, sperimentato sul campo da molti anni, che vedeva la mafia come fenomeno unitario. Un' impostazione preziosa e lucida, che esigeva, insieme, coordinamento, collaborazione e approfondita specializzazione tra magistrati preposti al suo contrasto, strumenti di indagine sempre più moderni ed efficaci, sviluppo della collaborazione internazionale".

E infine l'appello ai cittadini: "Lo stesso impegno, di autentica coralità nazionale, visto nel Maxiprocesso di Palermo, è richiesto anche oggi per fronteggiare le insidie persistenti di una criminalità mafiosa che, seppure colpita, mantiene una grande capacità di trasformarsi e di mimetizzarsi".

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