Bellini, lettura teatrale de Il Gattopardo e visite su Eleonora Duse e Gabriele d'Annunzio

Sabato 16 novembre un'altra visita teatralizzata all'interno della rassegna "Autunno al Bellini". Appuntamento per le 19 e in replica alle 21 e 22 al Real Teatro Bellini Palermo di piazza Bellini 7, in programma la lettura teatrale del capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa con Gigi Borruso e poi visite guidate alla scoperta della storia del Teatro più antico di Palermo e le figure di Eleonora Duse e Gabriele D'Annunzio.

È il 15 aprile 1899, D’Annunzio, presente in sala, assiste alla prima assoluta della sua “Gioconda”, Eleonora Duse interpreta Silvia Settala. Al Real Teatro Bellini, gremito in ogni ordine e alla presenza del duca d’Orleans, il vate riceve "applausi fragorosi e chiamate al proscenio due, tre, quattro volte". 

Circondati dalle memoria del teatro più antico di Palermo, si assisterà alla lettura teatrale “Il tramonto e il sorriso”, Gigi Borruso legge alcuni brani de Il Gattopardo e alle visite guidate, nel racconto delle trasformazioni del sito architettonico e dei 350 anni del Teatro di piazza Bellini. Il racconto, che seguirà le atmosfere della letteratura che torna sul palco più antico della città, rievocherà la memoria di Eleonora Duse, l’amante del Vate del decadentismo e interprete del superuomo, la divina, tra le più belle e carismatiche attici del XIX secolo, furono entrambi presenti al Teatri Bellini nel 1899 per La Gioconda, tragedia scritta da Gabriele d’Annunzio. 

Sebbene, l’esperienza teatrale del poeta terminerà nel giro di pochi anni, fra il 1897 e il 1914, la sua influenza si farà sentire in un sogno di la bellezza dell’arte assoluta e nelle suoi molteplici progetti teatrali. La Divina, fra le più celebri e importanti del tempo. figlia d’arte, comincerà a recitare giovanissima, ma ben presto farà parte di quel gruppo di personaggi teatrali in grado, attraverso una serie di caratteristiche fisiche e al fortissimo temperamento, capaci di soggiogare da soli intere platee. 

Un corpo minuto che sapeva portare sul palco la nevrosi contemporanea, unito alla delicatezza della sua gestualità fortemente simbolista, un teatro, dunque, magnetico, fatto di contrasti, poesia e tormenti. L’arte dusiana, il dolorismo, cifra stilistica di Eleonora, l’intenso rapporto amoroso con Arrigo Boito, la travagliata relazione con D’annunzio, alcuni degli elementi che saranno narrati per omaggiare l’attrice che divenne famosa in tutto il mondo, pur recitando solo in italiano, e che era in grado di trasmettere il respiro dell’anima. Si racconterà inoltre, l'opera dell'architetto e regista cileno Alfredo Jaar “Due o tre cose che so sui mostri”, per BAM - Biennale Arcipelago Mediterraneo. Installata nella platea dello storico teatro di piazza Bellini. Ticket intero euro 10 - Ridotto CRAL, ARCI, under 25 e over 65: euro 8 - Bambini fino a 10 anni euro 6. Posti limitati. È consigliata la prenotazione scrivendo una mail a eventi@terradamare.org. 

Il tramonto e il sorriso 

Da “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa il celebre dialogo fra il Principe di Salina e il funzionario piemontese Chevalley. Uno dei romanzi più celebrati, criticati e utilizzati spesso a proposito della letteratura di tutti i tempi. Un romanzo storico, sì, ma che attraversa la Storia, quella del passaggio dalla Sicilia borbonica al suo congiungimento con il nascente Regno d’Italia con un umorismo  sottile e malinconico. L’umorismo “nero” di un intellettuale come Tomasi di Lampedusa e di un personaggio come Don Fabrizio che incarna insieme la figura del sognatore e il  custode della memoria di un mondo destinato a dissolversi.

Nel celebre dialogo fra il Principe di Salina e il funzionario  piemontese, inviato per convincerlo ad assumere la carica di Senatore del Regno, si condensano i caratteri portanti di tutto il romanzo, sospeso fra il senso di finitezza, l’ironia e l’ambiguità etica d’un mondo  in trasformazione. Dinanzi alla sincera e appassionata fiducia di Chevalley nel futuro del nuovo stato liberale e della Storia, ci colpisce l’acceso espressionismo con cui Don Fabrizio dipinge una terra segnata da insanabili contrasti, fisici e psicologici, che tanta fortuna hanno avuto nell’immaginario collettivo. Ci affascina la sua coscienza di danzare sul ciglio del baratro.

Ci sconcerta l’implicita ammissione di appartenere a una classe che sa di aver già da tempo rinunciato alle sue responsabilità politiche e civili. Ci scuote il suo pessimismo nella Storia umana e nello stesso tempo quel suo placido sorriso. Il sorriso di di chi va incontro al tramonto, liberato quasi dalle ipocrisie dell’esistenza e della Storia. Di chi  accoglie generosamente la fine, perché sa, in fondo – a dispetto della vulgata gattopardesca – che niente rimane com’è.

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