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Arancine, cannoli e fuochi d'artificio: Dolce e Gabbana salutano dal Castello di Trabia

Si chiude "Alte artigianalità", la quattro giorni di eventi che ha visto Palermo capitale mondiale dell'alta moda. Una serata tra cibo fritto siciliano sulle note di Roy Paci prima e di Austin Mahone. Agli ospiti è sembrato di rivivere il festino di Santa Rosalia

Un evento che è iniziato con gli occhi all’ingiù a Palazzo Gangi Valguarnera, dove dai balconi lo sguardo è stato rivolto a piazza Croce dei Vespri teatro del contemporaneo ballo del Gattopardo di Luchino Visconti, e che si è concluso con gli occhi all’insù al Castello di Trabia, rapiti non tanto dallo spettacolo pirotecnico, certamente suggestivo perché a strapiombo sul mare, quanto semmai dalle scenografiche luminarie che hanno riprodotto in piccolo uno dei molti mercati di Palermo tanto cari a Dolce & Gabbana, come fosse una qualsiasi festa di paese. E tutto finisce come tutto ha avuto inizio.

E' al mercato del Capo, infatti, che i due stilisti italiani hanno dato il primo assaggio di quello che sarebbe stato l’evento più “couture” non solo dell’anno, ma della memoria di una città intera che, per la prima volta, cattura su di sé l’attenzione di tutto il mondo per quattro lunghissimi e lussuosissimi giorni. Non semplicemente un evento di moda, ma un vero e proprio momento di letteratura. La letteratura che racconta Palermo dagli occhi del Principe di Salina, quella letteratura che ambienta le sue storie tra limoni e agrumi. Una letteratura che non dimentica le origini arabe della città, i suoi sfarzi d’oro: la sua stessa cultura.

E' al Castello di Trabia, così, che si chiude il cerchio di Alte Artigianalità, l’evento che ha portato in città giornalisti di testate mondiali - una tra tutti Susy Menkes di Vogue - super yacht extralusso da 90 metri e passa, più di 400 clienti luxury, bellezza e sfarzo, ma anche sacrificio e lavoro. Perché - e non può non farsi menzione - è a maestranze locali che sono stati affidati gran parte dei lavori dietro le quinte. Dal trucco-parrucco - ognuno con i propri ruoli - di Salvo Cannizzaro, Giuseppe Scafidi, Massimo Bruno, Francesco Arancio e Francesco Cospolici, alla sartoria della stilista Morena Fanny Raimondo; dal caffè Morettino, alle cene gourmet di Natale Giunta e Max Mangano, passando per i ragazzi del team del fotografo Luca Lo Bosco - è proprio in questo team che ha mosso i primi passi nel mondo della moda Giulia Maenza -.

E questi, bisogna specificarlo, sono solo alcuni dei nomi palermitani coinvolti. Nel mare magnum di ciò che è stato Alte Artigianalità, è bene ricordare che sono state spese cifre a sette zeri, tra alberghi, noleggi, security, maestranze e concessioni. Come i 30 mila euro dati al bar della piazzetta di Monreale, pagato per chiudere il giorno della sfilata Alta Sartoria uomo. O agli sposi di Villa Igiea, invitati a spostare la data delle nozze. O, ancora, ai residenti delle piazze concesse a titolo gratuito dall’amministrazione per non affacciarsi ai balconi. Oppure - infine - ad alcuni esercenti, con attività commerciali in luoghi clou, cui è stata saldata l’intera giornata di lavoro pur di non aprire.

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Così tutto finisce lì dove tutto ha avuto inizio. Perché nel ciclo della vita di Dolce e Gabbana, Palermo, città che ha dato i natali a Domenico, è sempre stata una certezza. Per questo, al Castello di Trabia la conclusione ha il sapore di un omaggio alla città più autentica. Quella che sa di fritto, quella dei coppi e dei mercati, quella delle tradizioni. Sulle note di Roy Paci prima e di Austin Mahone poi, tra arancine, fiori di zucca, salvia e porri in pastella, crocché di patate, sfincionello bagherese, cannoli di ricotta con sale e pepe, granite di mandorle, pistacchi, limoni e gelsi, sfince di San Giuseppe e scaccio siciliano a cura degli chef Max e Alex Mangano, si è conclusa la quattro giorni dedicata all’alta moda, all’alta gioielleria, all’alta sartoria.

Non è un caso se, tra carretti siciliani e luminarie, agli ospiti è sembrato di rivivere fuori dal Cassaro il festino di Santa Rosalia. Dopo gli sfarzi d’oro, diamanti e sete, è alle origini che si ritorna. Perché quel “Noi fummo i Gattopardi” dipinto a mano sull’abito di Giulia Maenza che le clienti luxury fanno a gara per aggiudicarsi - anche se il sindaco di Santa Margherita di Belice, sede del Parco Letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ne ha chiesto la donazione alla città del Gattopardo -, era nient’altro che un altro, l’ennesimo, ab origine. Un altro, l’ennesimo, momento di letteratura di un evento che hanno scelto di chiamare, frettolosamente, “di moda”, ma che ha ricordato quando Palermo era nient'altro che la Parigi del Mediterraneo. 

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